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Fiero della debolezza del PD

Politica 12/2/2009

La vicenda Eluana si è conclusa, e forse è tempo di tirare le conclusioni per affrontare più serenamente il dopo.

L'Italia è spaccata come è giusto che sia. Chi ha illustrato meglio la questione, nel merito, è stato Umberto Eco in un suo bellissimo articolo.

Come dice anche Rutelli si tratta di problematiche del tutto nuove, che sconvolgono il rapporto che l'Umanità ha avuto da sempre con la fine dell'esistenza materiale dei suoi componenti, per come l'aveva sinora concepito.

Se vogliamo, questi progressi sono figli dell'enorme progresso scientifico che abbiamo raggiunto. Non molti decenni fa in un caso come Eluana il problema non si sarebbe posto perché in assenza di sondini e simili armamentari della medicina moderna ci avrebbe pensato la natura a portarsela via ben prima che fossero trascorsi 17 anni di agonia.

L'esistenza di Eluana (non spetta a me dire se fosse o meno vita, e dirò dopo perché), è stata durante questo tempo nulla più che la manifestazione concreta del fallimento della scienza medica nel tentativo di permetterle di continuare la vita che aveva vissuto sino al momento dell'incidente. La speranza di tutti è ovviamente che in un prossimo futuro, quanto più possibile prossimo, la medicina faccia progressi tali da rendere tali dilemmi inattuali, riuscendo ad arrivare a livelli tali da riuscire a curare completamente ed in ogni circostanza qualunque persona che soffra. Al limite la speranza di ciascuno è la propria immortalità. E' cultura della morte, questa? Ma si badi bene: dopo un istante i più diranno "a condizione di non soffrire i segni del tempo che passa". E' alquanto difficile distinguere la vita dalla sua qualità.

E allora mi domando, e domando in modo critico ai sostenitori della "cultura della vita" con le loro granitiche ed incrollabili certezze: che la "ubris", la sfida a Dio non sia già nella medicina stessa, nel tentativo di opporsi al Suo imperscrutabile disegno che prevede la malattia e la sofferenza? Non giochiamo ad essere Dio quando ci opponiamo alla morte? Quando varchiamo la linea di confine di ciò che non è consentito? Non chiederò chi debba decidere se il confine è stato varcato perché mentre il mio dubbio è se debba prevalere il volere del singolo o la legge, ho paura che i portatori di granitiche certezze si affideranno mani e piedi ad un magistero esterno.

Il punto è questo: se si voglia conservare una propria autonomia di giudizio, su tali questioni è oltremodo difficile dare risposte certe e nette. Non invidio chi ha queste certezze perché ha scelto di rinunciare alla sua autonomia, delegando la scelta ad altri. A me non va di vivere in un protettorato del Vaticano. E se le risposte vanno trovate invece in seno alla comunità di donne e uomini che è il nostro Paese, è giocoforza necessario che la risposta sia compromissoria, per tenere conto delle opinioni di tutti.

Il PD ha rispecchiato questo schema con limpidezza assai maggiore di quanto abbia fatto il resto del Parlamento. Si è diviso, si è lacerato, perché è lacerato il Paese. Una forza politica ha il dovere di esprimere posizioni di sintesi, si dirà. Ma il PD è nato ieri, non ha ancora avuto il tempo di elaborare una sintesi su materie così complesse: questa è la sua missione storica, ma è naturale che ci siano dei tempi da rispettare per assolverla. Ciò che è innaturale è che su materie così delicate si debba prendere posizione nello spazio di una notte o con un decreto d'urgenza.

Non invidio affatto il PdL che si è schierato unanime e compatto al seguito del Capo. E' questa la sua dialettica democratica interna? Che contributo può dare al dibattito necessario una forza che vi è così poco avvezza?Io non credo che nessuno tra le loro fila avesse obiezioni da sollevare. Dove sono costoro?

Invidio ancora meno quanti, come gli esponenti della Lega (vedi Bossi) esternano i loro dubbi sui quotidiani e poi si allineano al momento del voto. Non ne vedo il senso.

Il PD ha combattuto una battaglia di civiltà anche dividendosi, e bene ha fatto se non ha ancora elaborato una posizione comune. L'unica certezza che conosco è quella figlia del dubbio.

Adesso continui la sua battaglia, quando spenti i clamori del caso il Partito del Capo non avrà più interesse a curarsene. Contribuisca ad elaborare un buon testo sul testamento biologico. Ma vi prego, continuaimo a chiamarlo così, perché lo slittamento terminologico imposto dal Vaticano verso il "fine vita" mi sa di sconfitta annunciata.

Quanto all'avvicendamento tra Ignazio Marino e Dorina Bianchi voglio credere che non sia un segno di arrendevolezza, ma un'altra prova della nostra forza. La varietà delle posizioni culturali al nostro interno ci permetterà di raggiungere una sintesi così alta che sarà una cattolica dichiarata a difenderla. Io almeno ci voglio sperare.
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).