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Quello delle amministrative è un risultato importante, ma non bisogna illudersi che sia un'inversione di tendenza

Politica 11/6/2013

Quello delle amministrative di ieri è stato un risultato importante, e giustamente quanti si riconoscano nel campo del centrosinistra fanno bene ad accoglierlo con soddisfazione: allo stesso modo però farebbero l'errore di confondere la realtà con i propri auspici, se ritenessero questo risultato (storico, se si pensa alla "presa" di roccaforti avversarie come Treviso, prima ancora che alla vittoria di Roma) un'inversione di tendenza a livello nazionale utile a prefigurare possibili evoluzioni anche ai fini delle prossime (non troppo lontane?) elezioni politiche. Tutto questo per almeno tre motivi.

In primo luogo, bisogna ricordare che il PD (attorno al quale si costituisce nei territori di volta in volta la coalizione di centrosinistra) è un'organizzazione fortemente e capillarmente strutturata sul territorio (gli americani direbbero "grassroots"), dunque tradizionalmente più forte nelle elezioni locali e nelle sfide dove la scelta (e la conoscenza) del candidato a una carica monocratica come quella del sindaco, ma era così anche per i collegi parlamentari uninominali, è fondamentale per guadagnare il voto degli elettori. A questo proposito deve riconoscersi che il PD rimane un'ottima palestra politica, perché tendenzialmente riesce ancora sistematicamente a formare prima, e selezionare dopo (anche quando attinge a soggetti di altri partiti e movimenti della propria coalizione) candidati migliori e più credibili di quelli avversari.

In secondo luogo, fatto debitamente riferimento ai punti di forza del PD, va però ammesso che tendenzialmente la vittoria non è tanto figlia di un avanzata dello stesso PD, quanto piuttosto della sua tenuta a fronte di una crescente propensione all'astensionismo di molti elettori delusi, o che si sentono estranei a una politica che non sentono essere utile alla risoluzione dei propri problemi. Del resto l'affermazione numerica di questa componente dell'elettorato, relativamente nuova per l'Italia, è una costante delle elezioni USA, per esempio. Lungi dall'essere negativa o positiva in sé, è un elemento che può essere interpretato in almeno due modi: da un canto è sintomo di una democrazia "matura", in cui parte dell'elettorato fisiologicamente si astiene perché ritiene entrambe le parti parimenti legittimate a governare, e dunque, non ritenendo l'affermazione di una di quelle in lizza una "minaccia" ha minori incentivi a partecipare; dìaltro canto una differente chiave di lettura è quella di un elettorato che, per inettitudine del ceto politico negli ultimi anni, o più semplicemente per una progressiva e inerziale tendenza alla riduzione del perimetro pubblico, non vede l'azione delle istituzioni, e attraverso il loro tramite della politica, come un elemento che possa incidere significativamente sulla propria esistemza. Forse per una minore "legittimazione a governare" del centrodestra agli occhi del centrosinistra, da una parte, e per la più frequenza riconducibilità dell'elettore di destra al mondo del lavoro privato, dall'altra, gli astenuti si sono storicamente collocati, almeno negli ultimi due decenni, soprattutto in quella che era l’area elettorale "d'elezione" del centro destra: a questo poi si aggiunga un fattore nuovo, che è quello dell'irreversibile crisi dell’ideologia del Berlusconismo, ormai palesemente in atto da tempo, e a fronte del quale il suo blocco sociale (ed elettorale) di riferimento aspetta ormai vanamente da qualche anno un soggetto politico che possa restituirgli rappresentanza politica.

Infine, pare che a differenza di recenti elezioni il M5S non è riuscito a drenare voti dall'astensionismo: parte di quanti lo avevano votato è tornato alle urne (soprattutto chi votava tradizionalmente a sinistra, per i motivi di cui sopra) e un'altra altra parte si è rifugiata nell'astensionismo (soprattutto tra quanti in precedeva votava a destra). L'illusione che proprio il M5S potesse essere il movimento politico deputato a risolvere la crisi di rappresentanza del blocco sociale di riferimento del Berlusconismo è andata rapidamente in fumo, principalmente perché, alla prova dei fatti, il M5S ha dato l'impressione di essere un'accozzaglia di dilettanti allo sbaraglio, politicamente irrilevanti nonostante l'importante peso politico in termini di consensi e possibilità di spenderli strategicamente, anche ai fini della formazione di un nuovo governo, in nome di un'aspettativa di cambiamento che è andata delusa. Potrei essere smentito presto, ma la mia impressione è che il destino del M5S è, nella migliore delle ipotesi, quello di ridursi (anche dimensionalmente) al ruolo di movimento rappresentativo di un'identità forte, sebbene omogeamente diffusa sul territorio, e dunque poco propensa a mescolarsi con altre forze politiche, un po' sul modello della Lega, ma senza quella capacità di concludere alleanze in nome della Realpolitik. A proposito della Lega: anche questo è un movimento che sembra fiaccato nella propria ragion d'essere. Se non sarà in grado di ritrovare presto un messaggio forte da proporre all'elettorato, anche il suo declino potrebbe divenire irreversibile.


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permalink | inviato da PoliticaMente il 11/6/2013 alle 5:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).