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Il tabù dell'Europa nel dibattito politico italiano

Europa 6/12/2017

Come cinque anni fa (facevo considerazioni simili già in un post di allora: http://politicamente.ilcannocchiale.it/2012/12/31/leuropa_protagonista_nascosta.html), anche se in maniera ancora meno esplicita, l’Europa è la protagonista nascosta della campagna elettorale che sta per iniziare. Cinque anni fa gli italiani cercavano di esorcizzare la paura dello spread, improvvisamente divenuto argomento di conversazione quotidiana, e si dividevano sulla valutazione dei provvedimenti presi dal governo Monti per fare fronte all’emergenza. Particolare valenza simbolica acquisirono il blitz anti-evasione a Cortina, e la riforma delle pensioni rimasta impressa nell’immaginario collettivo per le lacrime del ministro Fornero. 


Proprio quella riforma delle pensioni sembra essere tornata d’attualità. Sebbene l’argomento abbia ovviamente una valenza propria, esso (come molti altri: si pensi ad esempio alla gestione delle crisi bancarie alla luce delle nuove regole europee) è utilizzato per parlare d’Europa senza che l’Europa sia mai nominata: quasi che da noi, al contrario di altri Paesi, l’argomento Europa fosse un tabù. 


A ben vedere, infatti, esistono due modi di approcciare questo come ogni altro argomento di politica economica nel dibattito pubblico attuale. Un primo modo è quello di partire dai vincoli di bilancio che fanno parte della “costituzione materiale” europea, e discendono da un quadro di norme in materia di politiche fiscali e soprattutto dal fatto di condividere la moneta con altri Stati dell’Unione. Nell’ambito di quel quadro di vincoli europei si valutano quindi i costi della proposta considerata, nel nostro esempio una modifica della riforma pensionistica: tali costi verranno pertanto ritenuti più o meno opportuni in particolare alla luce dei settori ai quali si dovranno togliere risorse per finanziare queste politiche.


Un secondo modo di guardare agli argomenti del dibattito pubblico è di valutarne l’opportunità a prescindere dai vincoli di bilancio. Ai nostri fini non interessa ora stabilire se tali vincoli di bilancio esistano solo in virtù dell’appartenenza all’Unione europea, ovvero se fuori dall’Unione sia possibile effettuare valutazioni di opportunità che prescindano da vincoli di bilancio di ogni sorta (in breve la risposta è no). Chi segue questo approccio in realtà mette in discussione l’appartenenza all’Unione europea, o almeno a questa Unione, così com’è con i vincoli che ne conseguono, ma senza dirlo in maniera esplicita. La cosa è tanto più peculiare in quanto negli altri Paesi queste pruderie sono state messe da parte e l’Europa è diventata esplicitamente il tema centrale delle campagne elettorali e dei dibattiti pubblici.


Qualche mese orsono la Francia ha dovuto scegliere tra un’opzione esplicitamente europeista (Macron) e una esplicitamente anti-europeista (Le Pen). A prima vista potrebbe sembrare la riedizione dell’elezione di qualche anno fa, quando Le Pen padre fu sconfitto da Chirac, ma all’epoca il tema fondamentale era la costituzione di un fronte unitario di socialisti e gollisti per salvare l’identità repubblicana. Questa volta il tema dell’Europa ha preso il centro della scena sostituendo l’identità repubblicana e lasciando alle spalle le appartenenze ideologiche golliste e socialiste. Tutto sommato è lecito sospettare che, anziché essere connesso a una situazione emergenziale come poteva sembrare nel 2013, il tema Europa divenga in tutti i Paesi dell’Unione il nuovo discrimine attorno al quale si organizzerà in maniera fisiologica e strutturale la discussione e l’offerta politica nel nostro continente, così come nella lunga stagione che si sta concludendo il discrimine era tra forze social-democratiche da una parte e liberal-borghesi o democratico-cristiane dall’altra. La rottura dei negoziati per la formazione di una coalizione di governo in Germania sembra confermare questa lettura: non importa tanto che sia vero o meno il fatto che i negoziati siano saltati sul tema dell’Europa; il fatto che tutti i partiti coinvolti in quei negoziati sottoscrivano questa versione significa che tali partiti valutano tale questione come la “più” significante, tale da definire la propria identità politica al punto di legittimare di fronte ai propri elettorati, da una parte e dall’altra, una rottura di principio a dispetto di esigenze di “Realpolitik”. Osservazioni simili potrebbero farsi guardando alle recenti vicende politiche ed elettorali di diversi Paesi: dai Paesi Bassi all’Austria, dalla Svezia alla Finlandia, dalla Polonia all’Ungheria alla Repubblica Ceca. Ma c’è un Paese da cui – più di ogni altro – potremmo, anzi dovremmo trarre insegnamento.


Nel Regno Unito l’Europa è chiaramente diventata la questione più importante del dibattito pubblico, paradossalmente in coincidenza con la decisione di abbandonare l’Unione europea. E’ tuttavia utile ricordare come il Regno Unito sia arrivato a questa decisione. Il 23 gennaio 2013, l’allora primo ministro David Cameron tenne un discorso sull’Europa. In quel discorso (in sintesi) Cameron affermava di non essere contro l’Europa, ma contro l’Europa così com’era, e che si sarebbe impegnato a promuovere un cambiamento al termine del quale i cittadini sarebbero stati chiamati a scegliere tra un’Europa rinnovata per rispondere alle loro esigenze, e l’uscita da questa nuova Europa (ogni riferimento alle posizioni di forze politiche che alla luce dei sondaggi potrebbero ottenere risultati molto significativi alle prossime elezioni in Italia è puramente casuale). Cameron in effetti al vertice del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio 2016 strappò una “nuova intesa per il Regno Unito nell’Unione europea”. I cittadini britannici furono chiamati a votare in un referendum, e sappiamo bene quale fu il loro responso. Facendo un salto di un anno e mezzo in avanti dal momento del referendum, gli stessi cittadini non sanno ancora quali siano le conseguenze di quel voto. Nessuno dei maggiori partiti è riuscito a ottenere la maggioranza nel nuovo Parlamento (fatto più unico che raro per la loro storia parlamentare; ancora una volta, ogni riferimento alla situazione politica italiana è puramente casuale), e il governo in carica ha dovuto ritirare una proposta di accordo con l’Unione che sembrava andata a buon fine, a causa dell’opposizione di un piccolo partito che grazie a un pugno di seggi necessari per la maggioranza tiene sotto scacco la coalizione di governo. 


La domanda che non solo pare lecito, ma è anzi d’obbligo porsi è: è possibile che qualcosa di simile accada anche in Italia? La risposta troppo semplicistica che viene data a questo quesito è che la nostra Costituzione non consente referendum (abrogativi) sui trattati internazionali (o meglio sulle leggi di ratifica degli stessi, includo quello sull’Unione europea). Tuttavia il Trattato sull’Unione europea prevede che ogni Paese possa decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione: di questa facoltà ha fatto uso il Regno Unito. La domanda per noi è dunque se le norme costituzionali italiane vietino di recedere dall’Unione. E laddove non lo vietino, quale sia la procedura applicabile. In assenza di norme specifiche nella nostra Costituzione, la vera domanda è pertanto se sia vietato che una maggioranza parlamentare si costituisca attorno alla promessa programmatica di rinegoziare le condizioni dell’adesione dell’Italia europea, e di sottoporre l’esito di questa rinegoziazione a un referendum di natura puramente consultiva; e che successivamente a un esito referendario favorevole al recesso dall’Unione, quella stessa maggioranza si senta politicamente legittimata a procedere al recesso dall’Unione e proceda di conseguenza (attraverso la notifica all’Unione di tale proposito e l’abrogazione della legge di ratifica del Trattato). Non mi pare che esistano salvaguardie sufficienti nella nostra Costituzione per escludere tale possibilità. 


Se così è, è giusto allora che una maggioranza contingente possa prendere una decisione così fondamentale per le generazioni presenti e future di un Paese da avere in sostanza un carattere costituzionale? Non a caso la nostra Costituzione, come tutte le Costituzioni rigide, prevede procedure rafforzate, cioè più severe del procedimento legislativo ordinario, per l’approvazione di leggi di carattere costituzionale. L’articolo 138 della nostra Costituzione prevede che per approvare una tale legge sia necessario un doppio voto a maggioranza dei due terzi da parte di entrambe le Camere. In assenza di tale maggioranza dei due terzi è sufficiente la maggioranza assoluta, fatta salva la possibilità di sottoporre la legge a referendum confermativo. In realtà questa non è la sola procedura rafforzata nella nostra Costituzione. In seguito a una riforma della Costituzione del 1992, si è stabilito che le leggi (ordinarie) di amnistia e indulto debbano essere approvate a maggioranza dei due terzi: un procedimento in realtà più oneroso della stessa riforma della costituzione, al punto che qualcuno in dottrina ha osservato che la norma potrebbe essere aggirata modificando lo stesso Articolo 79 per rendere meno gravosa la procedura prima di approvare la legge in questione. Infine l’Articolo 139 dispone che la forma repubblicana non può essere oggetto di riforma costituzionale (qui le opinioni della dottrina in merito alla possibilità di modificare tale articolo prima e al fine di modificare la forma repubblicana divergono). 


Per evitare che una maggioranza parlamentare possa agevolmente decidere l’uscita dall’Unione occorrerebbe come prima cosa inserire una norma in Costituzione che disponga l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. In tal caso occorrerebbe abrogare tale norma per poter recedere dall’Unione: l’articolo 138 troverebbe applicazione. Tuttavia, come abbiamo visto, ciò non sarebbe sufficiente a evitare che una maggioranza parlamentare (assoluta), corroborata da un referendum confermativo (senza quorum), possa decidere sull’uscita dall’Unione. Laddove si convenga che una simile decisione sia di portata tale da necessitare il supporto di maggioranze assai più ampie, allora la Costituzione dovrebbe prevedere per il recesso una procedura più gravosa di quella prevista nell’articolo 138. Un doppio voto a maggioranza dei due terzi da parte di entrambe le Camere potrebbe essere un punto di partenza. Alla luce della recente esperienza britannica occorre però tenere conto del fatto che la scelta di recedere dall’Unione è solo parte del procedimento, perché una volta uscito dall’Unione un Paese dovrebbe avere chiaro quale siano le proprie preferenze relativamente al futuro rapporto con l’Unione. Poiché questo argomento è distinto e potenzialmente in conflitto con la decisione di recedere dall’Unione (in quanto il consenso al recesso potrebbe essere subordinato a determinate scelte relativamente ai rapporti futuri che non è detto che si materializzino), esso dovrebbe essere discusso da un Parlamento con un mandato apposito. La norma costituzionale sulla procedura per il recesso dall’Unione potrebbe pertanto disporre che successivamente all’approvazione della legge che inizia il processo di recesso vengano sciolte le Camere e indette nuove elezioni, e che le nuove Camere debbano adottare una legge contenente le linee guida per il negoziato delle future relazioni tra l’Italia e l’Unione europea, nuovamente a maggioranza di due terzi ed entro un tempo predeterminato (ad esempio due anni) cessato il quale il procedimento si azzererebbe e dovrebbe essere iniziato da capo. Sulla legge concernente le linee guida dei rapporti futuri dovrebbe infine tenersi un referendum confermativo (con quorum) per avere l’ultima, inequivocabile conferma della scelta del popolo di recedere dall’Unione. Solo a quel punto il Governo in carica avrebbe il mandato di notificare all’Unione l’intenzione dell’Italia di recedere dall’Unione. 


In teoria i partiti euroscettici potrebbero avere interesse ad aprire un dibattito sulla procedura da seguire per il recesso dell’Italia dell’Unione: probabilmente tali partiti preferirebbero una procedura meno onerosa che aumenti le possibilità di successo relativamente al proposito di recedere. E i partiti che sostengono il processo di integrazione europea e la partecipazione del nostro Paese a questo processo? Avranno il coraggio di porre la questione all’ordine del giorno, e concordare sulla necessità di affrontarla nell’ambito del nuovo Parlamento, dopo le elezioni? 


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permalink | inviato da PoliticaMente il 6/12/2017 alle 0:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).