.
Annunci online

PoliticaMente

Cosa dovrebbe fare il Parlamento di fronte alla dessigazione di Von der Leyen?

Europa 11/7/2019

Relativamente al voto di martedì prossimo esistono due questioni distinte: una relativa alla sostanza (ovvero alle "cose da fare") e una relativa al metodo (ovvero al "come si è arrivati a questa nomina") che però sono strettamente legate e possono avere una soluzione comune: prendere tempo. I gruppi parlamentari dovrebbero avere la forza e il coraggio di chiedere in rinvio del voto a settembre per poter incidere sia sulla sostanza che sul metodo. Per comodità espositiva parto da quest'ultimo (facendo una lunga ma necessaria premessa sulla formula dello Spitzenkandidat).


La nomina di Von der Leyen ha seriamente messo in discussione anche per il futuro la formula dello Spitzekandidat. Questa formula ha i suoi meriti e il suo fascino, ma oggettivamente (essendo un tentativo di inserire un elemento "presidenziale" in un sistema parlamentare) non necessariamente ben si attaglia alla realtà di un sistema politico particolarmente frammentato. Storicamente la regola per cui all'indomani delle elezioni diventa primo ministro il segretario/candidato del partito con più seggi ha funzionato nel Regno Unito (dove fino a ieri -  oggi non è più tanto chiaro - si è avuto un sistema fondamentalmente bipartitico), e nel dopoguerra in Spagna e in Germania (in questi ultimi due Paesi il sistema si è fondato su due partiti principali, uno socialista e uno popolare, almeno fino all'inizio di questo secolo: di conseguenza anche quando c'è stata esigenza di fare delle coalizioni il partito più grande aveva gioco facile a imporre il proprio candidato). Si badi bene tuttavia che proprio in Germania - Paese dal quale con tutta evidenza la formula è mutuata - è già successo che il cancelliere sia stato selezionato non già in quanto Spitzenkandidat, ma in seguito a cambi di maggioranza parlamentari (così è iniziata ad esempio la lunga avventura di governo di Helmut Kohl). Tutto ciò per dire che non mi scandalizza troppo il fatto che il capo dell'esecutivo UE sia persona diversa da uno dei candidati: del resto questa è stata pratica comune quasi sempre nel dopoguerra in Paesi come il Belgio e l'Italia, dei quali (al di là delle facili ironie, delle disfunzionalità innegabili e della preoccupante ascesa di movimenti di destra estrema in anni recenti) nessuno potrebbe seriamente mettere in dubbio le credenziali democratiche.


Detto questo, però, nella normale esperienza delle democrazie parlamentari più consolidate, la legittimazione democratica del primo ministro (specie quando designato senza previa investitura nelle urne) avviene ex post attraverso il sostegno offerto dai partiti. Tanto più i partiti sono deboli nella società, tanto più essendo privi essi stessi di una legittimazione democratica forte non sono in grado di conferirla a un candidato non previamente proposto all’elettorato. Questo corto-circuito nella legittimazione è in realtá più frequente di recente in molte democrazie parlamentari, dove il candidato premier, i dibattiti televisivi e la personalizzazione delle campagne elettorali sono tentativi di introdurre surrettiziamente correttivi presidenziali. In ambito europeo la sfida è particolarmente importante perché il grado di legittimazione dei partiti europei è particolarmente basso: in realtà questi partiti non esistono nella societá europea, ma sono nella migliore delle ipotesi una federazione dei partiti nazionali, al cui dibattito interno i cittadini hanno pressoché nessuna possibilità di partecipare.


La nomina di Von der Leyen dunque in realtà mette a nudo la debolezza dei partiti europei, che avevano cercato di darsi legittimazione dietro una foglia di fico, la formula dello Spitzenkandidat, che è caduta al primo stormir di fronde. La crisi può però divenire un’opportunità se i partiti europei decidessero di fare una scelta di coraggio. Di nuovo l’esempio viene dalla Germania. All’inizio di questa legislatura un partito socialdemocratico uscito indebolito dalle elezioni e posto di fronte alla questione se fare un atto di responsabilità e sostenere un nuovo governo di Grosse Koalition oppure scegliere l’Aventino (che avrebbe provocato una crisi istituzionale) scelse la via della trasparenza. In primo luogo pose come condizione la negoziazione di un “contratto di governo” che definisse in dettaglio le politiche che il nuovo governo avrebbe dovuto perseguire. Poi in un secondo momento ha chiesto ai propri iscritti che si esprimessero sull’opportunità di sostenere un governo che perseguisse un tale programma. In seguito a un’accesa e veemente discussione al proprio interno sulle idee piuttosto che sulle persone, il partito socialdemocratico ha deciso di votare la fiducia a Merkel e al suo governo.  


I socialdemocratici europei (così come altri partiti dell'ipotetica maggioranza) potrebbero oggi fare la stessa cosa: chiedere una pausa di riflessione, e usare i prossimi due mesi prima per negoziare un patto di legislatura con i popolari, i liberali (e qualora volessero prendere parte i verdi), e poi convocare i propri elettori per decidere se il punto di caduta di queste trattative, ovviamente sottoscritto da Von der Leyen, possa essere soddisfacente al punto di votare in favore del candidato Presidente proposto dal Consiglio. Come ulteriori condizioni il Parlamento potrebbe chiedere anche che il “contratto” venga sottoposto al Consiglio per un impegno di massima, e che Von der Leyen sfrutti il tempo a disposizione per abbozzare, dopo aver sentito gli Stati membri, una lista di Commissari con le relative responsabilità, cosicché anche questo elemento possa essere preso in considerazione dagli elettori al momento del voto: a onor del vero però va riconosciuto che queste ultime condizioni non sarebbero probabilmente molto facili da accettare per il Consiglio e gli Stati Membri. 

Blog letto96797 volte

Categorie
tags
pd eluana englaro berlusconi movimento cinque stelle costituzione renzi legge elettorale fini laicità forza italia assemblea pd elezioni modello spagnolo alfano italicum ballottaggio m5s riforme fine vita doppio turno
Link

 

 

"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).