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C'é chi dice no

Politica 8/9/2020

Continuo a credere nella democrazia rappresentativa e nelle sue noiose liturgie. Sono un convinto parlamentarista (nonostante debba confessare qualche interesse di gioventú per il semi-presidenzialismo, che peraltro in alcune versioni non é incompatibile con un Parlamento forte). E infine credo nel rapporto di mezzo a fine. Generalmente le cose della vita non sono giuste o sbagliate in sé, il contesto è importante. Ma di certo se il fine di una misura non è chiaro o è risibile, e il mezzo per perseguirlo è inadeguato o sproporzionato (a seconda dei punti di vista), allora prima di non condividere una misura onestamente non la comprendo.

Non dico che non si possano tagliare i parlamentari. Non credo che ci sia un numero “giusto” in rapporto alla popolazione (al di là degli studi comparati fatti da studiosi anche di rango). Però, ripeto, credo che ogni cosa debba avere un senso - e il senso di questa riforma costituzionale che mira (esclusivamente) a ridurre il numero dei parlamentari non l’afferro. 

Se la riduzione del numero dei parlamentari fosse parte di un disegno più complesso, che trasforma il Senato in una camera delle regioni, introduce alla Camera la sfiducia costruttiva copiando la legge elettorale tedesca magari capirei, sarebbe una riforma di sistema. 

Ma così? Quale sarebbe il fine? Risparmiare qualche euro? 

Si risparmierebbe molto di più obbligando le PA a usare software libero invece che suites soggette a licenza, eliminando la possibilità di qualche detrazione fiscale o persino riducendo gli emolumenti ai parlamentari se proprio dobbiamo concentraci sui costi della politica: ma attenzione, tutto ha un costo, e dietro la retorica dei costi della politica la mia paura sia che il problema non siano i costi, ma la politica. Se la valutazione sulla meritevolezza dei costi della politica dipende dall'entitá dei costi stessi é chiaro dove andiamo a parare: diamo tutto il potere a una persona sola e quei costi sono ridotti al minimo. Quindi se Il fine è il risparmio di spesa non lo condivido. 

Se il fine è diverso, l’unico che mi viene in mente è quello di mostrare lo scalpo della "kasta", della tanto deplorata classe politica a un popolo esasperato e voglioso di vedere scorrere sangue (si spera solo metaforicamente) per vendicare decenni di malagestione della cosa pubblica che ne hanno condizionato in negativo la situazione complessiva e la percezione di sé (ma attenzione: si tratta di un fenomeno generalizzato nel mondo occidentale, dunque come minimo la classe politica italiana condivide in una certa misura questa responsabilitá con quella di altri Paesi). 

Non lamentiamoci troppo dei nostri parlamentari perché sono probabilmente uno specchio fedele della nostra società. Nel bene e nel male tuttavia i parlamentari sono i rappresentanti del popolo, e ne manifestano le istanze dinanzi a chi il potere lo ha e non per mandato elettorato: sono la voce di chi non ha voce, e tutte le volte che li riteniamo non adeguati dovremmo ricordarci che stanno (anche quando agiscono in maniera sguaiata) rappresentando qualcuno. Di più, i parlamentari di solito dicono quello che credono che pensi la fetta di società che ritengono di rappresentare, perché da questa traggono legittimazione e voti, piuttosto che quello che pensano loro stessi. 

Votando per tagliare il numero di parlamentari, il popolo voterebbe per tagliare il numero di voci che lo rappresentano, dunque in buona sostanza il numero di opinioni che puó rappresentare (e non é detto che siano le migliori a prevalere). Se questo è il fine della riforma dunque non lo condivido.

Probabilmente il giorno dopo del voto mi troveró in minoranza, ma il bello della democrazia rappresentativa (parlamentare) é che ci sono battaglie che possono e devono farsi a prescindere dalle possibilitá di vittoria. 

Non é dunque un calcolo politico, ma un preciso dovere etico che - personalmente - mi impone di votare no a questo referendum.

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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).