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C'é chi dice no

Politica 8/9/2020

Perché votare no al referedum per la riduzione del numero dei parlamentari.

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Cosa ci dicono le elezioni in Emilia?

Politica 7/2/2020

(1) La politica é come il calcio. É bella perché in Italia abbiamo quasi sessanta milioni di esperti ma poi arrivano i numeri a dare risultati chiari che ci piace ignorare.

(2) Aspettare a volte serve perché la piena possa passare. Il senso principale di questo governo coi cinque stelle era quello lí. Se il risultato dell'Emilia puó servire a qualcosa (magari non tutti siamo dáccordo con una lettura nazionale) é che la decisione di allora sta iniziando a produrre i suoi frutti.

(3) Il PD torna primo partito in Emilia Romagna dopo tanti anni.

(4) La Lega viceversa prende una battuta d'arresto. Peró nonostante questo é interessante notare che dopo trenta anni di innamoramenti per movimenti e partiti estemporanei, in questo momento il risultato dell'Emilia fotografa un risultato non bipolare ma bipartitico (Labour e Tories in Inghilterra viaggiano su quei livelli lí) dove a vincere sono i due brand piú vecchi, il PD (figlio dei partiti della Prima Repubblica) e la Lega (il partito piú vecchio in assoluto tra quelli esistenti).

(5) conseguenza di (4) é che alcuni movimenti che hanno avuto successo negli anni addietro (che é successo a Forza Italia??) sono scomparsi (o quasi): primo fra tutti il M5S. Appena un anno e mezzo fa stavamo a temere il consolidarsi di un asse populista Lega-M5S che avrebbe strutturalmente cambiato la scena politica italiana. Quello spauracchio non esiste piú. L'asse Lega-M5S non é piú un'opzione perché uno dei due poli si é liquefatto.





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Ancora un deragliamento

Diario 6/2/2020

Tragedia oggi sulle ferrovie. Una delle grandi opere nazionali di cui andare fieri, ma anche un’incompiuta perché si ferma a Salerno. Eppure - il destino sa essere beffardo e cinico quanto basta - le due vittime sono due macchinisti dai cognomi inequivocabilmente meridionali, uno di Reggio Calabria, l’altro di Capua. E volendo continuare nella tragica ironia del destino, sembra quasi materializzarsi al contrario la Locomotiva di Guccini, nel senso che il treno dei signori lanciato a bomba fa morire soli i due macchinisti proletari. Che riposino in pace.



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Per non dimenticare

Diario 27/1/2020

Visto che é la giornata della memoria, per ricordare. Forse é stata la Storia a volere che il risultato delle elezioni in Emilia fosse pubblico oggi, per dare un insegnamento a chi, blaterando di liberazione di una terra che ha dovuto patire simili sofferenze, rischiava di banalizzare il senso e il ricordo della Liberazione: http://lacamiciarossa.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/01/25/per-ultimo-uccisero-suo-padre-affinche-vedesse-prima-morire-tutta-la-famiglia/



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Cosa dovrebbe fare il Parlamento di fronte alla designazione di Von der Leyen?

Europa 11/7/2019

Relativamente al voto di martedì prossimo esistono due questioni distinte: una relativa alla sostanza (ovvero alle "cose da fare") e una relativa al metodo (ovvero al "come si è arrivati a questa nomina") che però sono strettamente legate e possono avere una soluzione comune: prendere tempo. I gruppi parlamentari dovrebbero avere la forza e il coraggio di chiedere in rinvio del voto a settembre per poter incidere sia sulla sostanza che sul metodo. Per comodità espositiva parto da quest'ultimo (facendo una lunga ma necessaria premessa sulla formula dello Spitzenkandidat).


La nomina di Von der Leyen ha seriamente messo in discussione anche per il futuro la formula dello Spitzekandidat. Questa formula ha i suoi meriti e il suo fascino, ma oggettivamente (essendo un tentativo di inserire un elemento "presidenziale" in un sistema parlamentare) non necessariamente ben si attaglia alla realtà di un sistema politico particolarmente frammentato. Storicamente la regola per cui all'indomani delle elezioni diventa primo ministro il segretario/candidato del partito con più seggi ha funzionato nel Regno Unito (dove fino a ieri -  oggi non è più tanto chiaro - si è avuto un sistema fondamentalmente bipartitico), e nel dopoguerra in Spagna e in Germania (in questi ultimi due Paesi il sistema si è fondato su due partiti principali, uno socialista e uno popolare, almeno fino all'inizio di questo secolo: di conseguenza anche quando c'è stata esigenza di fare delle coalizioni il partito più grande aveva gioco facile a imporre il proprio candidato). Si badi bene tuttavia che proprio in Germania - Paese dal quale con tutta evidenza la formula è mutuata - è già successo che il cancelliere sia stato selezionato non già in quanto Spitzenkandidat, ma in seguito a cambi di maggioranza parlamentari (così è iniziata ad esempio la lunga avventura di governo di Helmut Kohl). Tutto ciò per dire che non mi scandalizza troppo il fatto che il capo dell'esecutivo UE sia persona diversa da uno dei candidati: del resto questa è stata pratica comune quasi sempre nel dopoguerra in Paesi come il Belgio e l'Italia, dei quali (al di là delle facili ironie, delle disfunzionalità innegabili e della preoccupante ascesa di movimenti di destra estrema in anni recenti) nessuno potrebbe seriamente mettere in dubbio le credenziali democratiche.


Detto questo, però, nella normale esperienza delle democrazie parlamentari più consolidate, la legittimazione democratica del primo ministro (specie quando designato senza previa investitura nelle urne) avviene ex post attraverso il sostegno offerto dai partiti. Tanto più i partiti sono deboli nella società, tanto più essendo privi essi stessi di una legittimazione democratica forte non sono in grado di conferirla a un candidato non previamente proposto all’elettorato. Questo corto-circuito nella legittimazione è in realtá più frequente di recente in molte democrazie parlamentari, dove il candidato premier, i dibattiti televisivi e la personalizzazione delle campagne elettorali sono tentativi di introdurre surrettiziamente correttivi presidenziali. In ambito europeo la sfida è particolarmente importante perché il grado di legittimazione dei partiti europei è particolarmente basso: in realtà questi partiti non esistono nella societá europea, ma sono nella migliore delle ipotesi una federazione dei partiti nazionali, al cui dibattito interno i cittadini hanno pressoché nessuna possibilità di partecipare.


La nomina di Von der Leyen dunque in realtà mette a nudo la debolezza dei partiti europei, che avevano cercato di darsi legittimazione dietro una foglia di fico, la formula dello Spitzenkandidat, che è caduta al primo stormir di fronde. La crisi può però divenire un’opportunità se i partiti europei decidessero di fare una scelta di coraggio. Di nuovo l’esempio viene dalla Germania. All’inizio di questa legislatura un partito socialdemocratico uscito indebolito dalle elezioni e posto di fronte alla questione se fare un atto di responsabilità e sostenere un nuovo governo di Grosse Koalition oppure scegliere l’Aventino (che avrebbe provocato una crisi istituzionale) scelse la via della trasparenza. In primo luogo pose come condizione la negoziazione di un “contratto di governo” che definisse in dettaglio le politiche che il nuovo governo avrebbe dovuto perseguire. Poi in un secondo momento ha chiesto ai propri iscritti che si esprimessero sull’opportunità di sostenere un governo che perseguisse un tale programma. In seguito a un’accesa e veemente discussione al proprio interno sulle idee piuttosto che sulle persone, il partito socialdemocratico ha deciso di votare la fiducia a Merkel e al suo governo.  


I socialdemocratici europei (così come altri partiti dell'ipotetica maggioranza) potrebbero oggi fare la stessa cosa: chiedere una pausa di riflessione, e usare i prossimi due mesi prima per negoziare un patto di legislatura con i popolari, i liberali (e qualora volessero prendere parte i verdi), e poi convocare i propri elettori per decidere se il punto di caduta di queste trattative, ovviamente sottoscritto da Von der Leyen, possa essere soddisfacente al punto di votare in favore del candidato Presidente proposto dal Consiglio. Come ulteriori condizioni il Parlamento potrebbe chiedere anche che il “contratto” venga sottoposto al Consiglio per un impegno di massima, e che Von der Leyen sfrutti il tempo a disposizione per abbozzare, dopo aver sentito gli Stati membri, una lista di Commissari con le relative responsabilità, cosicché anche questo elemento possa essere preso in considerazione dagli elettori al momento del voto: a onor del vero però va riconosciuto che queste ultime condizioni non sarebbero probabilmente molto facili da accettare per il Consiglio e gli Stati Membri. 

Il tabù dell'Europa nel dibattito politico italiano

Europa 6/12/2017

L’Europa sta diventando, in tutti i Paesi del continente, il tema fondamentale attorno al quale si riorganizzano il dibattito e l’offerta politica. In Italia il tema è invece trattato come un tabù: nessuna forza politica accetta di fare un discorso franco relativamente alla propria idea sull’appartenenza dell’Italia all’Unione. Tuttavia la posizione di alcune forze politiche è chiaramente ambigua quando annunciano la loro contrarietà a questa Unione, e la volontà di cambiare i Trattati per permettere all’Italia di rimanere in un’Unione europea riformata. Singolarmente, questa era esattamente la posizione di Cameron che ha condotto il Regno Unito a celebrare un referendum sull’uscita dall’Unione. Alla luce di questo precedente, possiamo escludere che un processo simile abbia luogo in Italia? La Costituzione italiana non sembra vietare la celebrazione di un referendum consultivo sul tema, e tantomeno che una maggioranza parlamentare possa decidere sul recesso dell’Italia dell’Unione. Questa incertezza sulla procedura applicabile andrebbe risolta con una modifica della Costituzione che sottoponga il recesso dell’Italia dall’Unione a procedure rafforzate che includano anche un referendum, ma che richiedano maggioranze qualificate in due legislature diverse.

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Riflessioni in libertà sul referendum sulle trivelle

Politica 16/4/2016

Da domani, a sentire la propaganda referendaria, i fiumi e il mare cesseranno di essere inquinati, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno; ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno (per i meno giovani: cit. Lucio Dalla, l'anno che verrà). 

Intendiamoci: io credo che se una cosa é da "rottamare", nel nostro Paese e non solo, questa è la dipendenza dalle energie fossili. Ma questo si fa con politiche serie per la coibentazione dei nostri edifici (pubblici e privati), con la promozione delle ciclabili e del trasporto su ferro, con i disincentivi per l'acquisto e l'uso delle auto, e ovviamente con la promozione delle rinnovabili. Per esempio quello che fanno (certo con altri mezzi finanziari) in Norvegia, ma in misura minore anche in Germania, Olanda, Danimarca.... 

Ma domani si vota su questo? Questo è un programma di governo, non un quesito referendario. Infatti il quesito di domani chiede altro all'elettore. Leggetelo prima di apporre la croce sul sì o sul no. Il referendum di domani non sposta di una virgola questi problemi. All'elettore si chiede solo se voglia che in deroga a una regola generale che vieta nuove esplorazioni entro le 12 miglia, alla scadenza delle 26 (ventisei) concessioni, spesso tra 20 anni, le piattaforme debbano essere chiuse o rimanere in attività sino a esaurimento dei pozzi. Nota bene: se tra 20 anni i pozzi saranno chiusi, molto probabilmente il metano mancante verrà comprato altrove, e la decisione di domani avrà un impatto diretto pressoché nullo sulla struttura dell'offerta energetica in Italia.

Francamente mi avvilisce lo sdegno delle nuove vestali della democrazia diretta, che in maniera altrettanto sguaiata si strappano le vesti dinanzi allo scandalo dei "sacrileghi" appelli al non voto, e gridano "onestà" sul sagrato di una chiesa invece di attenersi al pudico silenzio che è dovuto al lutto. Il paragone non è casuale: perché in entrambi i casi ci si attiene alla forma di un rito per stravolgerne la sostanza. Se al voto referendario si attribuisce un valore simbolico che non corrisponde alla realtà dei fatti, si ingannano i cittadini-elettori, che vengono fraudolentemente privati della possibilità di incidere sulle vere scelte della politica. Di conseguenza viene meno la fiducia degli stessi cittadini nell'istituto referendario, e in buona sostanza se ne svilisce il significato, e il referendum diventa plebiscito: non già strumento di democrazia diretta per determinare le scelte, ma strumento di ratifica di posizioni politiche prese altrove. In breve: un atteggiamento intellettualmente disonesto.

Ma c'è una cosa che mi fa sorridere. Tra quelli che oggi si scandalizzano di quanti fanno campagna per l'astensione c'è n'è uno che ha fatto della mistificazione della realtà un'arte negli ultimi venti anni, e non mi stupiscono ora i suoi proclami. Quel signore era lo stesso per cui le vestali della democrazia esprimevano schifo e disgusto, tanto da condannare per empietà e chiara evidenza di disonestà (intellettuale e non solo) chi provasse a trattare con lui da posizioni diverse, come si fa in politica, e magare siglare persino patti (del nazareno) da avversari. Adesso che il nostro grida sdegnato a favore del referendum nessuno si gira a guardarlo con disgusto e a sputare sul terreno su cui posa i piedi.

Mi piace pensarli così, questi nuovi farisei: a gridare "onestà" con le mani candide alzate al cielo sul sagrato del tempio, e in mezzo a loro, che grida e agita le mani allo stesso modo, un uomo anziano in doppio petto e maglietta nera, che evidentemente passa inosservato grazie ai vistosi occhiali da sole che porta a causa di una fastidiosa uveite.

Buon voto a tutti.

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Alcune riflessioni sulle elezioni regionali

Politica 1/6/2015

Ieri si votava in sette regioni. Alla vigilia sembrava esservi un consenso unanime sul fatto che un 6-1 sarebbe stato un grande successo, un risultato “tennistico”. Considerare un 5-2 all’indomani delle elezioni una sconfitta per il PD di Renzi sembra quantomeno eccessivo. Tanto più che in qualsiasi altra competizione quando finisce 5-2 chi ne fa 5 vince.

Nella percezione di questo risultato come una mezza sconfitta per il PD è interessante notare il ruolo degli exit poll: all’inizio degli scrutini l’Umbria sembrava dovesse passare al centrodestra, e un 4-3 con la perdita di una regione rossa sembrava una prospettiva catastrofica. Ad urne chiuse i fatti sono altri: l’Umbria è rimasta al centrosinistra, che ha vinto con una percentuale per esempio superiore a quella ottenuta nelle Marche. Eppure la percezione è rimasta un’altra.

Il paragone tra l’Umbria e le Marche è interessante anche per un altro motivo: ciò che ha fatto sembrare in forse e sofferta la vittoria in Umbria del PD non è stato il numero di voti ottenuti dal centrosinistra, ma il consenso ottenuto dal centrodestra. La differenza tra il dato umbro e quello marchigiano si spiega perciò principalmente con il fatto che in Umbria il centrodestra si presentava unito.

Simmetricamente, in Liguria il centrosinistra si è presentato diviso e ha perso. Dire che la Liguria è un passo indietro per Renzi e il suo PD significa ignorare che senza la defezione a sinistra il risultato sarebbe stato probabilmente un altro.

A vincere non è stato solo il centrodestra, quanto piuttosto una logica di certa sinistra per cui un governo di destra a volte è migliore di uno di sinistra moderata. Dietro questa logica c’è un approccio alla politica per cui è meglio mantenere la purezza delle proprie posizioni piuttosto che metterla a repentaglio partecipando a processi decisionali complessi che inevitabilmente l’attività di governo comporta.

In realtà questo approccio non appare dissimile da quello seguito dal Movimento cinque stelle, che proprio per questo motivo è stato ripetutamente biasimato, soprattutto da sinistra, per aver disperso il suo capitale di fiducia auto-escludendosi dalla possibilità di influire sui processi dialogando con la sinistra di governo.

Un altro dato del risultato elettorale in Liguria appare rilevante. La Liguria è l’unica regione in cui hanno vinto le elezioni, ottenendo un premio di maggioranza, un candidato presidente e una coalizione che hanno ottenuto meno del 40%. La legge elettorale in questa regione prevede l’attribuzione di un premio di maggioranza in misura fissa, pari al 20% dei seggi in palio. Di conseguenza la maggioranza in questo momento è una “maggioranza a metà”, nel vero senso della parola, poiché dispone di soli 15 seggi su un totale di 30.

Qualcuno sarà pronto a dire che questo sistema non funziona bene, perché non ha prodotto una maggioranza chiara. Al contrario, a me pare preoccupante che un sistema elettorale sia concepito per garantire la maggioranza dei seggi a una minoranza che non raggiunga il 35% dei voti. 

A livello nazionale l’applicazione dell’italicum avrebbe prevenuto un simile risultato, perché il premio di maggioranza non spetta alla coalizione ma alla lista vincente, ma soprattutto perché in un caso simile si sarebbe proceduto a ballottaggio tra le due liste più votate. D’altro canto, però, a seguito del ballottaggio l’italicum garantisce alla lista vincente una solida maggioranza a prescindere dal risultato raggiunto al primo turno: in questo, la soluzione ligure del premio in misura fissa (in termini di seggi aggiuntivi attribuiti) sembra meglio rispettare le indicazioni degli elettori, e forse sarebbe stato opportuno puntare su un meccanismo simile per il premio di maggioranza anche a livello nazionale.

Di certo, a livello regionale si dovrebbe riflettere sull’utilità di mantenere regimi diversi da regione a regione, soprattutto in presenza di sistemi che allocano gli incentivi tra i partiti in maniera errata: in assenza di ballottaggio, le minoranze all’interno di un partito (o di una coalizione) hanno un peso negoziale sproporzionato rispetto alla loro consistenza, perché una loro defezione può determinare una sconfitta. La stessa considerazione può del resto applicarsi a piccole forze esterne ai maggiori partiti, ma che possono essere determinanti per vincere. 

L’esasperazione del frazionismo finalizzato a rendite negoziali e la concezione dell’assemblea legislativa come un’appendice della funzione di governo piuttosto che come un’autonoma istituzione di controllo hanno contribuito alla crisi dell’istitutivo regionale. In attuazione dell’articolo 121 della Costituzione, potrebbero adottarsi per legge dei principi generali per i sistemi elettorali regionali, comprendenti in particolare il secondo turno in caso di mancato raggiungimento di una certa soglia (possibilmente il 50%) e un premio di maggioranza in misura fissa in termini di seggi.

Il premio in misura fissa non sarebbe stato invece rilevante in Veneto, dove il centrodestra - unito - ha trionfato con più del 50%. Sarebbe tuttavia errato considerare, come fanno molti mezzi di informazione, che in Veneto ha vinto la nuova Lega di Salvini. In Veneto ha vinto la vecchia Lega di governo rappresentata, in continuità con il passato, da Zaia.

Anzi, volendo andare oltre i risultati mostrano che la proposta politica di Salvini è perdente: dove la Lega va da sola fa ottimi risultati ma non vince. Vince invece in Veneto e Liguria, dove il candidato presidente non rappresenta il nuovo corso di Salvini, ma è espressione della vecchia alleanza di una Lega governista con un centro destra ampio con un ruolo importante per Forza Italia.

Anche nel PD, del resto, i candidati presidente non erano espressione del nuovo corso renziano. in Toscana e Umbria si è candidato il presidente uscente, in Campania il candidato di cinque anni fa, in Puglia chi ha ricoperto la carica di sindaco di Bari per un decennio. Le stesse candidate in Liguria e Veneto erano state espressione di un’anima diversa del PD prima di abbracciare il nuovo corso renziano.

Il voto di queste regionali non smentisce il voto alle europee dello scorso anno, ma lo ridimensiona. Il 40% del PD non era stato troppo dissimile, qualitativamente, rispetto ad esploits come l’8,5% dei radicali alle europee del 1999: alle elezioni europee domina il voto di opinione, così che l’elezione si trasforma in un grande sondaggio, solitamente sul governo nazionale. Anche il sistema elettorale per le europee dovrebbe infatti essere cambiato per mutarne le finalità e l’interpretazione da parte degli elettori. 

E’ significativo notare invece che quando in gioco sono interessi concreti, il voto di opinione quasi scompare per cedere il passo a un voto di appartenenza che è difficile da scalfire, come evidenziato dal fatto che i risultati tendono a rispecchiare più quelli di cinque anni fa che quelli dell’anno scorso. Ne consegue che il tentativo di abbandonare la propria base elettorale classica per andare alla conquista del bacino elettorale di forze diverse è estremamente ambizioso e rischioso, perché l’elettorato non sembra al momento recettivo nei confronti di questa possibilità.

I due protagonisti dell’attuale scena politica (il PD e la Lega), hanno solo iniziato un processo di trasformazione che richiederà tempo perché queste due complesse organizzazioni si ricollochino, anche in periferia, su uomini e posizioni che rispecchino la strategia dei rispettivi leader a livello nazionale. In altre parole: su come sarà il prossimo confronto tra le forze in campo a livello nazionale, queste elezioni regionali ci dicono poco. In compenso ci danno però qualche elemento di riflessione su come tale confronto non sarà, e più un generale su come il confronto elettorale non dovrebbe essere, per diversi aspetti.

Morire per l'Italicum: la battaglia della minoranza PD. Ma di che stiamo parlando?

Politica 2/5/2015

Sono appena passati il 25 aprile e il 1 maggio: date che evocano passioni e ideali di primo livello nella sinistra italiana. Ecco, quelle passioni e quegli ideali mi sembrano del tutto assenti nella battaglia della cosidetta minoranza PD. Una volta le scissioni si evocavano, con grande e sentito dolore, per questioni come i carri armati sovietici a Budapest o Praga: lì si combatteva davvero per la democrazia. Un articolo sull'opportunità di iniziare quella che sarebbe stata la seconda guerra mondiale passò alla storia per il suo titolo: "morire per Danzica?" . 

Pensando alle vicende interne del PD non posso fare a meno di pensare che l'interrogativo sia "morire per D'Attorre?". La minoranza avrebbe potuto scegliere un volto migliore per questa battaglia. Il nostro si è fatto notare per essere stato "democraticamente" imposto come Commissario del partito in Calabria (esperienza della quale non mi pare siano rimaste tracce indelebili nella storia della nostra regione) per poi essere "democraticamente" catapultato in Parlamento dopo meno di un anno - evidentemente per i meriti acquisiti sul campo - attraverso le liste bloccate che adesso tanto biasima. Meglio non parlare delle primarie celebrate allora in fretta e furia tra Natale e Capodanno... o forse si: perché o le primarie vanno bene come strumento di legittimazione dei candidati, o non vanno bene mai. E a voler parlare di primarie, forse a Renzi va dato quantomeno il merito di avere trasformato uno strumento di legittimazione ex post di scelte già fatte (Prodi, Veltroni, lo stesso Bersani), in quello che dovevano essere, uno strumento con il quale si chiede agli elettori un giudizio tra opzioni alternative. D'Attorre e chi ha condiviso con lui un pezzo di strada le primarie le ha perse, ma evidentemente non ha accettato il responso di una scelta presa in linea con le regole che il suo partito si è dato: ragione o torto che abbia, a me il "congresso permanente" non piace. Ma mi rendo conto che ho perso troppo tempo con D'Attorre, rischiando di confondere la lana con la seta, come direbbe Fuccillo (bell'articolo: http://www.blitzquotidiano.it/.../matteo-renzi-italicum.../). Questa volta, però, si è mosso Bersani. Un galantuomo, come ce ne sono pochi in giro: difficile non riconoscerlo. Però sul suo fiuto politico forse ha ragione Staino (quello di Bobo, mica un democristiano), che non è diventato renziano, ma invita Bersani ad andare ai giardinetti coi pensionati proprio per non avere capito il pericolo Renzi quando avrebbe dovuto (http://www.huffingtonpost.it/.../staino-bersani-parco...). 

Adesso finalmente ci sarebbe da dire qualcosa sulle riforme istituzionali di Renzi, che per la minoranza PD sarebbero una minaccia per la democrazia... ma chi ci crede davvero? Guardiamo a quello che è successo proprio con l'Italicum, con la minoranza PD che ha chiesto modifiche dopo la prima lettura, ottenendole, Forza Italia che ha votato entrambe, e gli uni e gli altri (perché, non dimentichiamolo: oggi la minoranza PD è sullo stesso fronte di Brunetta) si tirano indietro perché la legge che hanno votato in due letture è improvvisamente un attentato alla democrazia. Ma io mi chiedo: che credibilità e legittimazione può avere una politica che agisce così? Queste sarebbero persone da una parola sola? Avendo assistito alle vicende dell'Italicum sono più convinto di prima sull'opportunità che si superi il bicameralismo perfetto. Nel caso dell'Italicum la minoranza avrebbe posto le sue condizioni, si sarebbe votato su quel testo, senza fiducia, invece di questa pantomima, e avremmo una legge. 

Perché, peraltro, cosa pensi nel merito di questa riforma la minoranza PD io non l'ho capito mica. Marcello Sorgi ha efficacemente passato in rassegna alcune delle "giravolte" di quelli che oggi si strappano le vesti per l'attentato alla democrazia (http://romanofulvio.blogspot.sk/.../l-dei-voltagabbana-m...): non vale la pena passarle in rassegna tutte, ma fare alcune osservazioni sì. Sono abbastanza vecchio da ricordare alcune delle posizioni sulla materia elettorale del PCI-PDS-DS e poi del PD. Ce lo ricordiamo Veltroni (e non solo lui) che vagheggiava una legge che ci desse il "sindaco d'Italia"? A me l'impianto dell'Italicum sembra estremamente simile a quello della legge per i comuni sopra i 15000 abitanti: doppio turno, premio di maggioranza, liste con le preferenze. Le differenze rispetto a quel modello sono: capolista bloccati, ballottaggio non necessario per l'attribuzione del premio al 40% invece che al 50%, e impossibilità di apparentamenti e coalizioni. Davvero qualcuno pensa che la combinazione di questi tre elementi, o anche uno solo tra essi, faccia di questo modello un modello antidemocratico? Mi rendo conto che ci sia una differenza tra un consiglio comunale e il parlamento: ma mi farebbe comunque effetto che in giro per l'Italia ci siano da 20 anni 8000 piccoli caudillos, e nessuno se ne sia accorto. 

A scanso di equivoci: questa non è la mia legge elettorare preferita. Io avrei preferito il collegio uninominale a doppio turno. Ma portare a casa il doppio turno a livello nazionale era qualcosa che a nessuno era riuscita prima: tanto di cappello a Renzi, o no? Di sicuro non mi strappo le vesti perché non ci siano le preferenze anche per i capolista: ma da quando in qua la sinistra è per le preferenze? Ma non aveva sempre detto che erano strumento di clientele e corrutela? E comunque, si badi bene, Renzi non solo è riuscito a reinserire le preferenze nonostante i maldipancia di Forza Italia, ma ha messo dentro la doppia preferenza di genere e la necessità che nessun genere abbia più del 60% dei capilista e del 50% dei candidati. Un aspeeto critico sebra piuttosto il premio di maggioranza così congegnato: in caso di ballottaggio sarebbe stato più opportuno un premio con un numero di deputati in cifra fissa (per esempio: 110 deputati), perché sarebbe eccessivo che una lista che magari arrivi seconda con il 22% si ritrovi dopo il ballottaggio a governare l'Italia con il 54% dei seggi (che quella lista possa chiamarsi M5S fa ancora più paura). Con il premio a cifra fissa la lista vincente dovrebbe invece andare a trovarsi degli alleati in Parlamento dopo le elezioni. Ma di questo non parla nessuno. 

Si parla invece dello "scandalo" del premio alla lista invece che alla coalizione. Ma perché mai? Qualcuno ha nostalgia della GAD (Grande Alleanza Democratica: chi se la ricorda)? E sul fatto che un partito vinca le elezioni da solo, con un numero di seggi più elevato di quelli ad esso spettanti con un riparto puramente proporzionale: ma perché, in Inghilterra, che pure sul tema della democrazia parlamentare, che ha inventato, avrà qualcosa da insegnare al mondo, non funziona così? E questo mica impedisce al partito che ha vinto le elezioni di sostituire il primo ministro (si veda la sfiducia alla Thatcher nel 1990 da parte del suo partito, che la sostituì quindi con John Major). 

Delle due l'una: o i timori della minoranza PD rispetto al fatto che questa legge elettorale sia una minaccia per la democrazia sono eccessivi, oppure - molto più probabilmente a mio avviso - la minoranza PD sta usando questo tema in maniera strumentale nell'ambito di una guerra di logoramento a Renzi che non è certo iniziata con la legge elettorale, e che con la legge elettorale ha probabilmente poco a fare. Per sintetizzare questo lungo intervento in poche parole: ma di che stiamo parlando?

Un governo di 8 uomini e 8 donne è un fatto. Ed è molto positivo.

Politica 22/2/2014

Quella sul numero di ministri donne è una constatazione di carattere meramente quantitativo. Quanto a valutazioni di tipo qualitativo: per il momento preferisco astenermi. Ammetto di non conoscere abbastanza la maggioranza di queste persone per potermi fare un'idea, ancorché vaga. E mi limito a notare che se il Paese ha abbracciato la retorica del no ai politici di professione, è coerente con questo sentire comune che arrivino al governo personaggi giovani e senza esperienza: del resto - permettetemelo da giovane - il fatto che uno non abbia esperienza non significa che non sia in grado di far bene. Altrimenti, non solo nelle cariche di ministri, ma nelle professioni e in qualunque ruolo sociale sarebbe possibile ricorrere solo a chi abbia ricoperto tale funzione in precedenza, e non sarebbe mai possibile un ricambio generazionale. 

A questo proposito mi fa tanto piacere che tra i ministri ci siano ragazzi della mia età: è la nostra generazione che giustamente reclama il proprio posto tra gli adulti. La più giovane di tutte, la Boschi, oltre ad essere molto bella, quando parla di riforme mi convince più di molti soloni (indifferentemente uomini e in più tarda età!) che ci si sono confrontati in passato forse con maggiore esperienza, affermando maggiore competenza, ma concludendo un bel niente in un ventennio. Poi non ci sono solo i ministri giovani e inesperti. Il curriculum di Padoan parla da sé. 

Quelli di NCD e Scelta Civica non mi piacciono: ma sono cose che succedono in un governo di coalizione. La Guidi è un'indipendente, ma dal pochissimo che so la sua nomina mi lascia un tantino perplesso, e la sua presenza nel Governo in un posto chiave mi fa dubitare sul fatto che? questo sia un governo spostato a sinistra, almeno sui temi economici: quanto agli altri temi la stessa presenza di NCD e UDC nella maggioranza mi fa dubitare sulla possibilità che si facciano passi avanti. 

Alcuni ministri in particolare sono stati oggetto di critica: della Boschi si è detto. Sul fatto che Mogherini (non ho usato l'articolo di proposito perché mi sono reso conto che il suo uso solo con i cognomi femminili ha in fondo un tratto sessista) non abbia i contatti internazionali non ho idea. Da quello che leggo mi pare che un po' di gavetta nel campo l'abbia fatta. Certo, non può avere la stessa rete di contatti che ha chi è stato Commissario europeo. Ma qui ho due obiezioni. La prima, già espressa sopra, è che se devi prendere solo quelli che hanno il maggior grado di esperienza e contatti, allora tanto vale mettere in Costituzione che non si può essere ministri prima dei 50 anni. La seconda si applica anche a Orlando, e riguarda il sistema di selezione delle classi dirigenti all'interno dei partiti. Mogherini e Orlando sono stati responsabili per il PD dei settori corrispondenti ai dicasteri loro appena assegnati (Esteri e Giustizia). Se nel Labour inglese il "ministro ombra" degli Esteri diventa ministro degli Esteri dopo avere vinto le elezioni, nessuno se ne meraviglia. Anzi, la meraviglia ci sarebbe se ciò non succedesse. Se il responsabile Esteri o Giustizia del PD non è reputato idoneo a ricoprire l'incarico di governo corrispondente allora c'è un grave problema di delegittimazione di una delle funzioni chiave di un partito politico: gli incarichi interni allora si danno a casaccio o non contano nulla? Guai a dire così perché se questo vale per il maggiore (e più strutturato) dei partiti italiani, allora hanno ragione i grillini e i cantori di una democrazia "della rete" (ovvero: senza rete, e senza partiti). 

Rimane Marianna Madia. I media la dipingono come una ragazza svampita. Avremo modo di vederla alla prova dei fatti. Per adesso mi ha fatto immenso piacere vedere una giovane ministra giurare con il pancione: perché anche (e soprattutto) di simboli vive la politica. In Italia, più che nel resto dell'Europa occidentale, si è scelto di puntare su un modello di sviluppo sociale maschilista, per cui le uniche donne che possono avanzare nella società sono quelle che accettano di adottare un modello maschile. Dunque la carriera è vista in alternativa alla maternità e viceversa. E così siamo da decenni uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità del mondo (e oltre all'aspetto etico si dovrebbe tenere a mente le conseguenze che questo ha in prospettiva futura sulla sostenibilità del nostro sistema pensionistico e di welfare) e in Europa con il più basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro (e anche in questo caso, oltre alla questione etica delle donne che per fare le mamme in molti casi si sentono costrette a fare le casalinghe, sarebbe giusto pensare all'enorme serbatoio di talenti e ai punti di PIL potenziale che perdiamo a causa di questa esclusione delle donne dalle attività produttive). 

I modelli sono importanti (quasi) come gli asili nido: le donne italiane devono sapere che possono essere mamme come Marianna Madia (e pure belle come Maria Elena Boschi) e fare carriera esattamente come un uomo. Nei Paesi scandinavi, dove questi modelli ci sono (e soprattutto ci sono gli asili) la partecipazione femminile in politica e nella società non è nemmeno una questione da affrontare. Ma da noi certo che lo è. Perché è ipocrita dire che non importa se un ministro è donna o no, l'importante è che sia bravo: perché se è vero che le donne partecipano molto meno degli uomini alla vita sociale del Paese, è normale che molte meno di loro arrivino ai vertici delle loro rispettive occupazioni. E ad un certo livello la "differenza di bravura" non è tale da fare la differenza. Facciamo un esempio: per il ministero dell'economia si sono fatti tanti nomi, ma l'unica donna era Lucrezia Reichlin. Io non ho le competenze per dire se sia più o meno brava di Padoan: ma qualcuno potrebbe dire che non sarebbe stata un ottimo ministro? 

Allora è bene selezionare, tra le persone migliori, quelle di sesso femminile per ridurre la sottorappresentanza di un genere che conta per la metà della popolazione ma sembra non esistere se si vedono le stanze del potere: se non è una questione di uguaglianza questa! Io poi sono pure a favore delle quote rosa (ma preferisco chiamarle "affirmative actions", come in America) anche nel privato, come hanno deciso di fare in Norvegia (dove ciascun genere deve contare per il 40% delle posizioni dirigenziali, CdA incluso). 

Quanto al fatto che attraverso la selezione di donne arrivino delle persone meno preparate a fare i ministri: ma perché, finora legioni di ministri al 90% uomini ci hanno garantito l'eccellenza? Se per assurdo è davvero così, pazienza: vorrà dire che col tempo riusciremo a riequilibrare la rappresentanza di genere anche nella lista (non breve) di ministri non propriamente eccelsi che sono assurti allaq carica in questi anni. 

Un commento infine su Renzi del quale, sia ben chiaro, non ho assolutamente condiviso forme e modi di questo passaggio politico: ma perché quando il governo con uomini e donne in pari numero lo faceva Zapatero eravamo lì a dire "ma quanto è ganzo e quanto è progressista", e ora se c'è uno che ci prova in Italia non siamo pronti a riconoscergli, tra i tanti difetti, almeno questo merito?

Perché forse sarà pure stato democristiano, ma oltre alla questione della rappresentanza di genere osservo che a sette anni dalla nascita del PD è dovuto arrivare lui, con una lettera inviata ieri, a chiarire la questione della collocazione politica del PD in Europa, chiedendo l'adesione a pieno titolo al Partito del Socialismo Europeo. 

Come diceva qualcuno che certo non può essere sospettato di essere mao (lapsus freudiano) stato democristiano: alla fine non importa che il gatto sia bianco o nero, ma che acchiappi il topo.
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).