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La realtà parallela de il Giornale (questa volta: sul PD a pezzi mentre il PdL si scinde per l'ennesima volta)

Politica 21/11/2013

La mattina seguo, come la maggior parte degli italiani, la rassegna stampa in tv.

Immancabilmente rimango stupefatto dinanzi ai giornali che gravitano attorno alla famiglia Berlusconi: titoli e articoli sono invariabilmente diversi da quelli su cui "convergono" gli altri organi di stampa. 

Oggi sulla prima del Giornale si poteva leggere "PD a pezzi" (sulla Padania: "implode il PD"), in relazione al voto sulla Cancellieri, in occasione del quale - a onor del vero - il PD ha votato in maniera compatta, nonostante una non banale divergenza di opinioni al suo interno alla vigilia del voto.

Tutto questo a cinque giorni di distanza dall'ennesima scissione del PdL. 

Da quando il PD è stato fondato, nessuna scissione ha avuto luogo, e a lasciare sono stati personaggi - politicamente - minori, del calibro della Binetti. 

Nello stesso periodo si sono registrate due scissioni maggiori (oltre a FLI e NCD si ricordano perlomeno la lista 3L di Tremonti, Grande Sud di Micciché, Io Sud di Poli Bortone,  GAL, etc.) nel PdL, che nel frattempo è anche stato sciolto per lasciare il passo a Forza Italia. 

Hanno lasciato uomini simbolo dell'epopea berlusconiana del calibro di Fini, il socio ed erede di sempre nonché già presidente della Camera, Alfano, il sempiterno delfino, Tremonti, il ministro dell'Economia durante quasi tutta l'epopea di governo berlusconiana, Schifani, già presidente del Senato e capogruppo del PdL nella stessa aula nonché simbolo della Sicilia berlusconiana, Micciché, altro artefice dello storico 61 a 0 in Sicilia, Formigoni "il Celeste" presidente della Lombardia-simbolo del berlusconismo per un ventennio, Lupi, cinghia di trasmissione con compagnia delle Opere, Mauro, altro uomo di CL e volto del berlusconismo in Europa, Cicchitto, pretoriano da trincea della prima ora, La Russa... e ci fermiamo qua per carità di patria.

Non si vuole peraltro infierire pensando alle "scissioni" da alleati che formalmente non hanno mai fatto parte del PdL, ma che erano parte della "granitica" Casa delle Libertà e gradualmente hanno abbandonato: l'UdC di Casini e Buttiglione, la Lega, Storace e la Destra (di cui fu peraltro candidata alla carica di premier la Santanché, all'epoca in cui non era un falco di Silvio, ma diceva di lui peste e corna).

Nonostante questo, da anni, il cittadino medio, se interpellato, dirà che il PD non è adeguato per governare "perché si dividono sempre". E nonostante l'evidenza dei fatti, è la realtà che emerge da giornali come Libero o il Giornale, e che poi riesce a "tracimare" sugli altri organi di informazione.

Il sentire comune di questi due ultimi decenni sarebbe stato possibile senza questa sistematica manipolazione della realtà? Ed è legittimo questo uso dell'informazione? Si tratta ancora di organi di informazione, o non sono piuttosto semplicemente organi di propaganda?




Alcune considerazioni su questa pseudo crisi

Politica 7/9/2010

Non sono in Italia adesso, e da una rapida lettura dei giornali mi sono venute in mente alcune brevissime considerazioni sulla situazione politica attuale nel nostro Paese, che é difficile definire altrimenti se non come di crisi della maggioranza parlamentare.

La prima: Fini é contestato da Bossi, all´uscita dalla villa di Arcore, dove ha incontrato Berlusconi, poiché il suo comizio lo renderebbe incompatibile con la carica che ricopre.

Nel merito se ne potrebbe anche discutere: in alcuni Paesi il presidente dell´Assemblea parlamentare é sottratto al confronto politico in virtú di un ruolo super partes che gli é riconosciuto, e in ragione di questo il partito avversario evita di presentare un proprio candidato nel collegio del Presidente alle elezioni. Ma stiamo parlando, se non vado errato, della Gran Bretagna: un altro mondo dal punto di vista politico, dove, per dire, esiste il maggioritario di collegio.

Altrove il Presidente, detto speaker, é invece colui al quale é riconosciuta la leadership della propria parte politica in Parlamento, per cui quando se ne conquisti la maggioranza é normale che lo presieda, dando cosí la propria impronta "ideologica" all´attivitá parlamentare: e non stiamo parlando di un regime autocratico e illiberale, ma degli Stati Uniti d´America. Proprio in quest´ottica, forse, nella maggioranza si levano scudi contro Fini: ma é quantomeno bizzarro che l´istituzione parlamentare debba farsi carico delle inefficienze di una parte politica. In altre parole: interpretando in questa ottica particolare il ruolo del Presidente della Camera, il PdL ha conferito insieme alla carica anche una funzione di leadership della propria compagine politica e parlamentare. Se oggi esiste un problema tra il partito e colui che lo stesso partito ha liberamente nominato come proprio leader allora c´é un problema di fondo enorme, perché simili rapporti non vengono meno nell´arco di due anni: viene da pensare, dunque, che la nomina di Fini non servisse a ratificarne la leadership, ma fosse solo una becera forma di lottizzatione. Dunque la carica istituzionale viene contestata a causa di un cambiamento degli equilibri interni all´interno del partito di maggioranza relativa: verrebbe da dire, con le parole ben note di qualcuno ancor piú noto, che questo é teatrino della vecchia politica, roba da prima repubblica.

Giá, la prima repubblica: come funzionava nella prima repubblica? Sono troppo giovane per ricordarlo, ma sarebbe interessante capire quale fosse il ruolo del presidente della camera all´epoca.

Di sicuro, a lume di naso, i leader politici non contestavano una carica istituzionale soffermandosi sull´uscio della casa (padronale) di un collega plutocrate: non volevo parlare di Fini, infatti, ma di Bossi che lo critica all´uscita della villa di Arcore.

Credo che questo sia un aspetto che meriterá di essere indagato quando la triste epopea del berlusconismo sará finalmente finita: quanto e come, cioé, questa esperienya abbia corrotto al cultura politica e il comune sentire degli italiani. I momenti salienti degli ultimi anni della vita pubblica italiana si sono consumati in realtá in luoghi privati: il patto della crostata, casa Letta, casa Vespa, Palazzo Grazioli, la villa di Arcore e quella di Macherio, Villa Certosa: sono tutti termini ormai entrati a pieno titolo nel lessico e nell´immaginario dell´italiano medio. La chiamano seconda repubblica, ma a me sembrano cronache decadenti da basso impero. Le graziose signorine che adornano i gruppi parlamentari del PdL fanno venire in mente il cavallo di Caligola che divenne senatore.

Dove finisce il pubblico e dove inizia il privato quando "Cesare" incontra, ovviamente nella sua villa, il Ministro della Giustizia e il suo avvocato, per discutere dei propri processi? Quando ne discute, parla nella qualitá di imputato o di Presidente del Consiglio? O forse in quella piú accomodante e rilassata di padrone di casa? Ma dove finisce la sua casa e dove inizia lo Stato, e viceversa? Il pensiero liberale insegna che lo Stato finisce alla soglia dell´uscio di casa di ciascun cittadino, perché la sfera privata deve essere distinta e inviolabile da parte di quella pubblica. Mi preoccupo per il cittadino Berlusconi che é vittima di questa indistinzione tra la sua sfera privata e la sfera pubblica: che peró é di tutti. Ecco perché sono ancora piú preoccupato per il cittadino medio: perché non vorrei che ci svegliassimo un giorno e scoprissimo all´improvviso quella che inizia una volta varcata la soglia dell´uscio di casa nostra non é la sfera pubblica, ma la casa di qualcun altro. In fondo c´é giá stato qualcuno che diceva: "lo Stato sono io", e il suo ministro dell´economia non era un semplice colbertiniano, ma Colbert in persona.

Tutto questo per dire che mi preoccupa il fatto che le nomine ministeriali, le sfiducie ai presidenti delle camere, e persino le stesure di atti legislativi avvengano ormai in dimore private. Ciascuno di noi é stato ospite in casa di altri. La buona educazione necessita che le nostre opinioni, convinzioni e necessitá debbano temperarsi ed essere smussate per compiacere il benevolo anfitrione che ci ha gentilmente offerto un posto a tavola. La villa di Arcore non é la casa di tutti, ma la casa di qualcuno, e tanto piú quella casa é rimarchevole, tanto piú é probabile che ne derivi per gli invitati rispetto e subordinazione rispetto al padrone: questa é per se stessa una forma di corruttela implicita. Tutto ció é ben lontano da quello che viene insegnato sulle istituzioni come luoghi trasparenti e case di tutti. Se le decisioni politiche si prendono in luoghi privati, lontano da occhi indiscreti, i singoli cessano di essere cittadini per diventare membri di un volgo indistinto, all´oscuro di quanto avviene nelle oscure stanze del potere.

Forse avveniva anche nella prima repubblica, ma la leggenda vuole che quando era inquilino del Quirinale Einaudi mangiasse solo mezza mela per pasto, chiedendo di conservarne la restante metá per il pasto successivo, perché quel palazzo, e quella mela, non erano suoi ma di tutti gli italiani. Provo nostalgia per certi costumi morigerati ormai non piú di moda.

A proposito di prima repubblica, una provocazione. All´epoca, quando c´era una crisi di governo il presidente della Camera era uno dei candidati naturali per presiedere il nuovo. Se adesso ci fosse la crisi e a Fini venisse dato l´incarico di formare il governo presumo che nell´attuale maggioranza vrebbero ben poco da ridire: verrebbe meno la sua incompatibilitá con la carica di presidente dell´assemblea e sarebbe rispettato il volere degli elettori secondo la loro interpretazione della legge porcata. Se non vado errato Fini era il numero due delle liste del PdL in tutta Italia, quindi é il naturale sostituto di Berluconi se Berlusconi non é piú in grado di formare il governo. Una maggioranza alla Camera, con il sostegno esterno di PD e IDV, giá c´é. Al senato manca una manciata di voti: chi ha piú filo tessa, e speriamo di girare pagina al piú presto.


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permalink | inviato da PoliticaMente il 7/9/2010 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).