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Colonia

Diario 22/2/2009

 
Sono stato a Colonia. Città brutta, ma non come certe periferie italiane, dove l’inestetismo è figlio della mancanza di pianificazione e di una carenza etica e culturale di speculatori pronti a violentare il territorio in nome del profitto.

No, Colonia è programmaticamente brutta, e lo è così tanto da apparire bella, o perlomeno interessante. Colonia è una città industriale, da quando l'industria, e forse ancor prima, con la rivoluzione industriale è arrivata sulle rive del Reno. Fiume che da allora, almeno in prossimità di queste sponde, ha un colorito marrone e un olezzo sgradevole all'olfatto.

Quello degli odori sgradevoli è un problema che ha profondamente segnato la vita cittadina e la sua collocazione nell'immaginario collettivo. Nel 1700 era un problema rilevante, a causa della presenza delle concerie con i loro processi di lavorazione e degli operai che – bontà loro – sciamavano per le vie della città ricoperti di sudore; ma anche degli stessi nobili che ci mettevano del loro con le credenze sulla pellagra ed altre simili, in omaggio alle quali evitavano contatti con l’acqua che si ritenevano dannosi alla salute. In soccorso degli olfatti di costoro arrivò il naso di un italiano, Giovanni Maria Farina, che creò l’acqua di Colonia.

Non mi sembra affatto casuale che abbiano avuto bisogno di un italiano per produrre questo storico profumo. L’etica del mondo germanico, nella sua corrusca severità, non indulge a concessioni di sorta nei confronti dell'estetica (quand'anche olfattiva), che da noi con la prima si confonde sino a contaminarla e a mutarne il valore.

Accanto ai pochi edifici di pregio storico che non sono stati devastati dai bombardamenti che hanno distrutto l'intera città durante la guerra (come del resto successo in molte città tedesche) si elevano senza tatto né rispetto fredde costruzioni in cemento, che in inglese si chiama curiosamente “concrete” ed inevitabilmente evoca nella nostra lingua una cruda e pragmatica concretezza. Le poche case rimaste in piedi (o fedelmente ricostruite) del minuscolo centro storico sembrano riassumere questa tensione etica e tutta la distanza dal nostro Paese, in termini geografici, etici ed estetici. Le case del centro di Colonia sono strette, dall'apparenza anguste, ricoperte in mattoni e privi di fronzoli: perfettamente funzionali, scevre di qualsiasi ornamento.

Tutto il contrario del barocco italiano che nelle nostre città impera sui palazzi signorili, ad illuminare con una bellezza opulenta l'esperienza terrena di chi si imbatta in uno di questi manufatti pensati per celebrare una prospettiva ultraterrena dove non c’è spazio per le brutture della vita quotidiana. Tutto questo a Colonia non c’è.

Nelle strade di Colonia la prospettiva di una redenzione ultraterrena per la classe operaia è del tutto assente, in quanto non prevista. L’unica manifestazione della bellezza, peraltro generosamente concessa e inconsapevolmente vestita, è nei volti dei figli (e soprattutto delle figlie) di quelli che a ragione erano anche detti proletari, che la portano con la disinvoltura dettata dall'incoscienza nel carnevale più gioioso d'Europa, forse perché il grigiore del luogo non lascia pensare che un altrove migliore è possibile, e non si induge nell'accarezzare mete inavvicinabili, essendo ben presente la necessità di ottenere il massimo dal “qui e ora”.

A Colonia le celebrazioni del carnevale iniziano ad ottobre e finiscono a febbraio. E’ il periodo in cui tutto è concesso, indipendentemente da età, sesso, provenienza, estrazione sociale. E’ il periodo di un’allegra e tollerata anarchia: nulla ad esempio garantisce che gli esercizi commerciali siano aperti, ciascuno decide quando e come chiudere per godere della festa; il rapporto tra i cittadini e la società sembra improntato allo slogan marxiano: “ad ognuno secondo i propri bisogni, ed ognuno secondo le proprie possibilità”.

Poco prima di arrivare a Colonia il treno da Francoforte passa per un ameno centro attaccato a Bonn: Bad Godesberg. In questa cittadina si tenne nel lontano 1959 un congresso che segnò il definitivo approdo della SPD al riformismo, dunque l’abbandono definitivo di prospettive rivoluzionare e del “programma massimo” in nome del dichiarato obiettivo di raggiungere, mediante gli strumenti offerti dalla democrazia, il massimo ottenibile, “qui ed ora”, in favore delle classi subalterne.

Ho pensato che forse Bad Godesberg non poteva essere altrove, e che è inutile evocarla per la sinistra italiana, perché è troppo lontana dalla nostra calda mentalità latina e mediterranea. più incline a celebrare l'estetica, che ad attenersi scrupolosamente ai dettami dell'etica, più adusa a transigere sul dramma in nome della bellezza che a godere i vantaggi di un’asciutta funzionalità pragmatica. In fondo i nostri amici tedeschi la loro versione di socialismo, meglio , di socialdemocrazia, devono averla pensata così, come un eterno carnevale elevato a sistema. Inconcepibile per noi, figli della tragedia greca.
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).