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La notte della Repubblica

Politica 7/2/2009

 

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge sul caso Englaro nonostante il Presidente della Repubblica avesse già fatto pubblicamente presente di trovarsi nell'impossibilità di firmarlo per mancanza dei requisiti previsti dalla Costituzione. Ricevuto il rifiuto ufficiale il CdM ha poi convertito il decreto in disegno di legge e convocato le camere "ad horas": roba da mettere i brividi, neanche per la proclamazione dello stato di guerra...

Ciò che mette più paura è il fatto che il Presidente del Consiglio abbia dichiarato di voler cambiare la Costituzione per appropriarsi appieno dello strumento della decretazione d'urgenza.

Una democrazia è fatta di forme. E la forma del decreto legge richiede requisiti di necessità ed urgenza che non sussistono. Il caso singolo è stato disciplinato da una sentenza. Ignorarlo, o ritenere che quella sentenza rappresenti il requisito d'urgenza equivale a dire che la divisione tra i poteri nel nostro Paese non è più nemmeno un'ambizione, ma solo un relitto storico: non esiste più.

Senza accorgercene siamo piombati in uno dei momenti più bui della storia del nostro Paese, si rischia una deriva giustamente detta "bonapartista", sono in pericolo i "check and balances" di ogni democrazia liberale.

Stringiamoci intorno al Presidente e vigiliamo in questa notte della Repubblica: non vorrei che al risveglio ci trovassimo governati dalla controfigura di Chavez.

Qualcuno si è indignato del fatto che Napoletano abbia mandato la sua lettera mentre il Consiglio dei Ministri era in corso. Dal mio punto di vista, e senza entrare nel merito del decreto, ovvero della legge che potrebbe essere approvata a giorni. Napolitano, come ogni buon cittadino di questa Repubblica, ha la possibilità di informarsi leggendo i giornali. E sui giornali aveva appreso del contenuto della sentenza (è lecito, di fatto, procedere all'interruzione dell'alimentazione e dell'idratazione nel caso concreto) e del testo del decreto, che tutti conoscevano (l’ho letto io qui in Germania, figurarsi il Presidente). Il Presidente ha scritto la lettera nel tentativo di non doversi trovare a non firmare il decreto, perché sapeva che il rifiuto avrebbe diviso il Paese. Del resto il Presidente ha fatto capire che se gli arriva un atto uguale, ma avente forma di legge, votato dal Parlamento, lui lo firma a prescindere dalle sue opinioni. Si è mosso male? Io penso di no, ma quello dell'arbitro è un ruolo difficile e condotto in solitudine. Continuo a pensare che ad aver mancato di galateo istituzionale sia stato il governo. Se avesse voluto avrebbe potuto fare un disegno di legge e farlo votare in fretta nei giorni scorsi dal Parlamento. Hanno voluto che la cosa precipitasse per farne un uso strumentale. E ciò mi indigna.

Napolitano ha semplicemente cercato di evitare il momento di crisi istituzionale che Berlusconi ha invece cercato, nel tentativo di far passare l'idea che le leggi in questa Repubblica le possa o debba fare il Governo e non il Parlamento. A me questo fa paura. Il liberalismo illuminista non ci ha insegnato niente?

Sul caso specifico io, che sono profondamente laico, non ho certezze su come dovrei comportarmi se fossi un legislatore o un leader politico. Qualche secolo fa Locke, uno dei padri del pensiero liberale illuminista, diceva che lo Stato deve fermarsi sulla porta di casa dei cittadini...Le forme della democrazia liberale nascono per garantire la libertà dei singoli. Il parlamento come libera assemblea dei rappresentanti del popolo nasce per questo, per trovare il giusto equilibrio tra esigenze e idee di tutti i membri di una comunità. Non si tratta di chiacchiere, ma del pericolo di tornare a un sovrano che decide per tutti. Nel caso Eluana c'è una sentenza, che è un atto dello Stato. Dire che un atto dello Stato rappresenta un'urgenza cui rimediare per decreto, significa dire che tutti gli atti di quel genere (le sentenze) non valgono nulla.

Un ragionamento di questo tipo, per cui uno dei tre poteri, quello giudiziario, è sottoposto agli altri (ed in particolare all'Esecutivo!) ha una carica eversiva maggiore di mille atti terroristici, mina alla base l'impianto della Repubblica. Così si torna a Luigi XIV che mandava in prigione la gente sulla base di reati che venivano scritti su una legge del giorno dopo avente forza retroattiva. La rivoluzione francese si è fatta proprio per questo, guardando all'esempio inglese dove i giudici erano indipendenti e le loro decisioni non potevano essere sovvertite dal sovrano, che poteva condizionarle solo con leggi emanate prime del fatto. So che tutte queste sembrano parole dinanzi all'abisso che si apre nella coscienza di ciascuno dinanzi al caso specifico di una persona che va incontro alla morte. Ma su queste parole si fonda la nostra libertà di cittadini e non di sudditi.

La Costituzione della Repubblica non è bassa politica, è la base del nostro stare insieme come comunità nazionale. A chi dice che il valore della vitaa viene prima di tutto rispondo: ma chi ha deciso che stiamo parlando di una vita? L’opinione di ciascun cittadino in tal senso è da tenere in massima considerazione come qogni opinione di segno contrario e di pari valore. Chi ha ragione? La legge nasce da questa esigenza, "ne cives ad arma veniant": il rischio (e la tentazione) è che altrimenti ogni uomo si faccia giustizia da sé: l'anarchia. Hobbes diceva che per evitarlo tutti i poteri dovevano essere dati ad un sovrano avente potere di vita e di morte sui sudditi. Il pensiero liberale ha inventato la divisione dei poteri e il Parlamento. Stiamo parlando anche di questo: in che mondo vogliamo vivere? In uno Stato assolutista, o in una democrazia liberale?

Il Governo ha volutamente creato il caso per a) consolidare un asse di ferro con la Chiesa cattolica (cosa di cui personalmente mi importa davvero poco), b)continuare nell'opera di scardinare le regole della nostra Repubblica. E' su questo che non posso transigere. Facciamo un patto: voi salvate Eluana, ma tutti insieme salviamo le istituzioni Repubblicane. Quelle ci serviranno anche dopo, quando il caso Eluana sarà risolto, in un modo o nell'altro.

Ciò che mi fa paura è che il Presidente del Consiglio dica che in seguito a questo “no” cambierà la Costituzione per impedire che in futuro possa ricevere altri "niet" dal Quirinale. Mi piacerebbe che tutti coloro che -di centrodestra o meno- abbiano a cuore la vicenda di Eluana come possibile vulnus ad una vita umana dicano: si alla legge, ma giù le mani dalle Costituzione. Tutto il senso di questa discussione è che mi piacerebbe che -come dovrebbe essere in un Paese normale- il governo, come ogni parte in gioco, abbia il diritto di perseguire le sue idee, ma nelle forme e nelle regole stabilite dalla Carta fondamentale della Repubblica. Ripeto, salvate Eluana se voi che ritenete che vada salvata siete in maggioranza. Ma tutti insieme salviamo la nostra fragile democrazia da derive plebiscitarie.

In altre parole, sono pronto ad accettare idee diverse dalle mie su Eluana, il bello della democrazia è che ciascuno ha il diritto di esprimere le proprie. Sono persino d'accordo sul fatto che la Costituzione si può cambiare: fosse per me, abolirei il decreto legge; (che, benché esista in altri ordinamenti, mi sembra un relitto fascista; e con esso anche la possibilità di approvare le leggi in Commissione anziché in Aula) non ne vedo la necessità; se proprio dobbiamo tenerceli allora sottoponiamoli ai limiti che sono stati elaborati nella Costituzione spagnola: non possiamo accettare che i decreti legge siano la foglia di fico per un Parlamento inefficiente. Se esiste la necessità di avere leggi in tempi più brevi si modifichino i regolamenti parlamentari per dare una corsia preferenziale al governo. Ma le leggi le faccia il Parlamento.

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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).