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Primarie per i candidati al Parlamento

Politica 28/11/2012

Il Partito Democratico sta traendo enormi vantaggi in termini di consenso dall’aver tenuto le primarie per la scelta del candidato premier alle prossime elezioni politiche: sembra che questo rinnovato consenso sia dovuto alla rinnovata voglia di partecipare dei cittadini, che vedendosi “rifiutati” dai partiti tradizionali, hanno di recente guardato con attenzione a forme politiche di aggregazione nuove, sebbene non del tutto prive di dubbi quanto all’effettivo tasso di democrazia nei processi decisionali interni.

Ora il rischio è quello del riflusso, e cioè che, una volta celebrato il rito delle primarie, chiunque vinca, l’entusiasmo cali e si torni a respirare aria di “vecchia politica”, con trattative condotte lontano dallo scrutinio degli elettori sui nominativi da inserire nelle liste dei candidati, e conseguente prevedibile disaffezione dei cittadini, e calo dei conensi tra gli stessi.

Il PD ha dinanzi a sé un’occasione enorme a disposizione per consolidare il suo vantaggio e il consenso presso gli elettori, ma anche per indicare una via da seguire alle altre forze politiche, ed evitare l’affermarsi di movimenti “antipolitici” estemporanei: indire le primarie anche per la scelta dei candidati alle cariche di deputati e senatori.
Legge elettorale alla mano, il termine per la presentazione delle liste è il trentaquattresimo giorno antecedente le elezioni. Considerando che la data delle elezioni potrebbe essere anticipata al 10 marzo in caso di approvazione della riforma elettorale, esiste una finestra, fino al 3 febbraio, per tenere le primarie. La data più indicata potrebbe essere il 20 o il 27 gennaio.

Esistono almeno tre obiezioni, facilmente prevedibili, a questa proposta.

La prima: non sappiamo con che legge elettorale andremo a votare. Vero, ma alla luce dei negoziati in corso, pare tramontato il ricorso ai collegi, e sembra certo che le circoscrizioni saranno quelle attuali; potrebbe cambiare la modalità di elezione dei candidati (in parte listino bloccato, in parte con le preferenze), ma questo non esclude il problema principale: come sono scelti i nomi che troveremo sulla scheda.

La seconda: le primarie sarebbero troppo vicine alle elezioni regionali, dunque ci sarebbe un rischio di sovrapposizione. Personalmente non capisco i “rischi di sovrapposizione”. In fondo dopo un mese si vota per le politiche, e dunque? Ad ogni modo, se questo argomento fosse talmente forte da rendere sconsigliabile l’indizione di primarie nelle regioni in cui si vota, non ci sarebbe tuttavia una buona ragione per non tenerle nelle circoscrizioni che non ricadono in una di queste regioni.

La terza: gli elettori sarebbero comunque stanchi di votare per l’ennesima volta, dopo i due turni di primarie nazionali, le primarie regionali, le elezioni regionali. Dunque il rischio sarebbe quello di una bassa affluenza, e perciò di un effetto negativo in termini mediatici, oltre che di legittimazione dei candidati. In primo luogo, non credo che più di mille candidati alla carica di parlamentare non sarebbero in grado di mobilitare meno di mille persone a testa, dunque sopra la soglia fatidica del milione di elettori. E se pure così non fosse, sarebbe più democratico e offrirebbe più legittimazione far scegliere i 945 candidati al Parlamento a un organo di partito piuttosto che a centinaia di migliaia di elettori?
 


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permalink | inviato da PoliticaMente il 28/11/2012 alle 10:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Lasciamoci assalire dalla realtà

Politica 24/2/2009

In un editoriale di qualche giorno fa sul Corriere Pierluigi Battista rimproverava alla sinistra l’incapacità di “farsi assalite dalla realtà” per ricomporre la “frattura esistenziale” tra essa e il mondo reale, portando ad esempio un’intervista rilasciata dal sociologo Marzio Barbagli, che per anni si era lasciato condizionare dai suoi "pregiudizi" di uomo di sinistra nel suo lavoro di ricercatore. Quando li ha abbandonati in nome del metodo scientifico per constatare che effettivamente esiste un rapporto tra immigrazione e l'incremento di talune categorie di reati (ad esempio gli stupri), in molti a sinistra gli hanno tolto il saluto. Oggi Barbagli è solo un ricercatore, e non più un uomo di sinistra.
Battista esorta la sinistra ad essere dalla parte di Barbagli, secondo me a ragione: ma prima di rispondere occorrerebbe rispondere ad una domanda; chi ha abbandonato sé stesso?
A prima vista non la sinistra, che è rimasta immobile, fedele ai suoi dogmi cristallizzati negli anni Sessanta: è Barbagli che ha cambiato idea.
Ma se il metro diventa la realtà, una realtà in movimento, che si evolve, si sviluppa e si muove, questa realtà è cambiata, e mentre Barbagli cerca di riallinearsi, la sinistra, restando ferma, se ne allontana progressivamente sempre di più.
Questo a me sembra un nodo focale dei nostri problemi. Siamo prigionieri di una egemonia culturale che non esiste più, perché la nostra cultura un tempo egemone soffre la debolezza determinata dal trascorrere del tempo. Abbiamo bisogno di verità scomode che facciano rimettere in discussione noi stessi; e il Partito democratico era nato anche per questo: non smarrisca la sua missione.
Mi ha condotto a riflettere sul punto un articolo sulla Repubblica di oggi di Alessandro Baricco, il quale ha finalmente il coraggio di dire che forse dovremmo mettere in discussione i finanziamenti alla cultura, così come sono concepiti oggi, per destinare le risorse lì dove occorrono per formare le intelligenze dei cittadini necessarie alla nostra democrazia, piuttosto che dove sono utili per coltivare e coccolare una categoria, quella dei componenti dell'intellighentjia nostrana, a noi per molte ragioni vicina. E forse anch’essa condotta da questa “parentela” ad un’autoreferenzialità inconfessabile. Dobbiamo avere il coraggio di tagliare l’ennesimo cordone ombelicale ormai anacronistico, e pensare cosa è davvero nell’interesse del aese, a prescindere da idee pur giuste che abbiamo interiorizzato fino al punto di farle divenire preconcetti e luoghi comuni.
Bravo Baricco, sono d’accordo con te.

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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).