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Il tabù dell'Europa nel dibattito politico italiano

Europa 6/12/2017

L’Europa sta diventando, in tutti i Paesi del continente, il tema fondamentale attorno al quale si riorganizzano il dibattito e l’offerta politica. In Italia il tema è invece trattato come un tabù: nessuna forza politica accetta di fare un discorso franco relativamente alla propria idea sull’appartenenza dell’Italia all’Unione. Tuttavia la posizione di alcune forze politiche è chiaramente ambigua quando annunciano la loro contrarietà a questa Unione, e la volontà di cambiare i Trattati per permettere all’Italia di rimanere in un’Unione europea riformata. Singolarmente, questa era esattamente la posizione di Cameron che ha condotto il Regno Unito a celebrare un referendum sull’uscita dall’Unione. Alla luce di questo precedente, possiamo escludere che un processo simile abbia luogo in Italia? La Costituzione italiana non sembra vietare la celebrazione di un referendum consultivo sul tema, e tantomeno che una maggioranza parlamentare possa decidere sul recesso dell’Italia dell’Unione. Questa incertezza sulla procedura applicabile andrebbe risolta con una modifica della Costituzione che sottoponga il recesso dell’Italia dall’Unione a procedure rafforzate che includano anche un referendum, ma che richiedano maggioranze qualificate in due legislature diverse.

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Morire per l'Italicum: la battaglia della minoranza PD. Ma di che stiamo parlando?

Politica 2/5/2015

Sono appena passati il 25 aprile e il 1 maggio: date che evocano passioni e ideali di primo livello nella sinistra italiana. Ecco, quelle passioni e quegli ideali mi sembrano del tutto assenti nella battaglia della cosidetta minoranza PD. Una volta le scissioni si evocavano, con grande e sentito dolore, per questioni come i carri armati sovietici a Budapest o Praga: lì si combatteva davvero per la democrazia. Un articolo sull'opportunità di iniziare quella che sarebbe stata la seconda guerra mondiale passò alla storia per il suo titolo: "morire per Danzica?" . 

Pensando alle vicende interne del PD non posso fare a meno di pensare che l'interrogativo sia "morire per D'Attorre?". La minoranza avrebbe potuto scegliere un volto migliore per questa battaglia. Il nostro si è fatto notare per essere stato "democraticamente" imposto come Commissario del partito in Calabria (esperienza della quale non mi pare siano rimaste tracce indelebili nella storia della nostra regione) per poi essere "democraticamente" catapultato in Parlamento dopo meno di un anno - evidentemente per i meriti acquisiti sul campo - attraverso le liste bloccate che adesso tanto biasima. Meglio non parlare delle primarie celebrate allora in fretta e furia tra Natale e Capodanno... o forse si: perché o le primarie vanno bene come strumento di legittimazione dei candidati, o non vanno bene mai. E a voler parlare di primarie, forse a Renzi va dato quantomeno il merito di avere trasformato uno strumento di legittimazione ex post di scelte già fatte (Prodi, Veltroni, lo stesso Bersani), in quello che dovevano essere, uno strumento con il quale si chiede agli elettori un giudizio tra opzioni alternative. D'Attorre e chi ha condiviso con lui un pezzo di strada le primarie le ha perse, ma evidentemente non ha accettato il responso di una scelta presa in linea con le regole che il suo partito si è dato: ragione o torto che abbia, a me il "congresso permanente" non piace. Ma mi rendo conto che ho perso troppo tempo con D'Attorre, rischiando di confondere la lana con la seta, come direbbe Fuccillo (bell'articolo: http://www.blitzquotidiano.it/.../matteo-renzi-italicum.../). Questa volta, però, si è mosso Bersani. Un galantuomo, come ce ne sono pochi in giro: difficile non riconoscerlo. Però sul suo fiuto politico forse ha ragione Staino (quello di Bobo, mica un democristiano), che non è diventato renziano, ma invita Bersani ad andare ai giardinetti coi pensionati proprio per non avere capito il pericolo Renzi quando avrebbe dovuto (http://www.huffingtonpost.it/.../staino-bersani-parco...). 

Adesso finalmente ci sarebbe da dire qualcosa sulle riforme istituzionali di Renzi, che per la minoranza PD sarebbero una minaccia per la democrazia... ma chi ci crede davvero? Guardiamo a quello che è successo proprio con l'Italicum, con la minoranza PD che ha chiesto modifiche dopo la prima lettura, ottenendole, Forza Italia che ha votato entrambe, e gli uni e gli altri (perché, non dimentichiamolo: oggi la minoranza PD è sullo stesso fronte di Brunetta) si tirano indietro perché la legge che hanno votato in due letture è improvvisamente un attentato alla democrazia. Ma io mi chiedo: che credibilità e legittimazione può avere una politica che agisce così? Queste sarebbero persone da una parola sola? Avendo assistito alle vicende dell'Italicum sono più convinto di prima sull'opportunità che si superi il bicameralismo perfetto. Nel caso dell'Italicum la minoranza avrebbe posto le sue condizioni, si sarebbe votato su quel testo, senza fiducia, invece di questa pantomima, e avremmo una legge. 

Perché, peraltro, cosa pensi nel merito di questa riforma la minoranza PD io non l'ho capito mica. Marcello Sorgi ha efficacemente passato in rassegna alcune delle "giravolte" di quelli che oggi si strappano le vesti per l'attentato alla democrazia (http://romanofulvio.blogspot.sk/.../l-dei-voltagabbana-m...): non vale la pena passarle in rassegna tutte, ma fare alcune osservazioni sì. Sono abbastanza vecchio da ricordare alcune delle posizioni sulla materia elettorale del PCI-PDS-DS e poi del PD. Ce lo ricordiamo Veltroni (e non solo lui) che vagheggiava una legge che ci desse il "sindaco d'Italia"? A me l'impianto dell'Italicum sembra estremamente simile a quello della legge per i comuni sopra i 15000 abitanti: doppio turno, premio di maggioranza, liste con le preferenze. Le differenze rispetto a quel modello sono: capolista bloccati, ballottaggio non necessario per l'attribuzione del premio al 40% invece che al 50%, e impossibilità di apparentamenti e coalizioni. Davvero qualcuno pensa che la combinazione di questi tre elementi, o anche uno solo tra essi, faccia di questo modello un modello antidemocratico? Mi rendo conto che ci sia una differenza tra un consiglio comunale e il parlamento: ma mi farebbe comunque effetto che in giro per l'Italia ci siano da 20 anni 8000 piccoli caudillos, e nessuno se ne sia accorto. 

A scanso di equivoci: questa non è la mia legge elettorare preferita. Io avrei preferito il collegio uninominale a doppio turno. Ma portare a casa il doppio turno a livello nazionale era qualcosa che a nessuno era riuscita prima: tanto di cappello a Renzi, o no? Di sicuro non mi strappo le vesti perché non ci siano le preferenze anche per i capolista: ma da quando in qua la sinistra è per le preferenze? Ma non aveva sempre detto che erano strumento di clientele e corrutela? E comunque, si badi bene, Renzi non solo è riuscito a reinserire le preferenze nonostante i maldipancia di Forza Italia, ma ha messo dentro la doppia preferenza di genere e la necessità che nessun genere abbia più del 60% dei capilista e del 50% dei candidati. Un aspeeto critico sebra piuttosto il premio di maggioranza così congegnato: in caso di ballottaggio sarebbe stato più opportuno un premio con un numero di deputati in cifra fissa (per esempio: 110 deputati), perché sarebbe eccessivo che una lista che magari arrivi seconda con il 22% si ritrovi dopo il ballottaggio a governare l'Italia con il 54% dei seggi (che quella lista possa chiamarsi M5S fa ancora più paura). Con il premio a cifra fissa la lista vincente dovrebbe invece andare a trovarsi degli alleati in Parlamento dopo le elezioni. Ma di questo non parla nessuno. 

Si parla invece dello "scandalo" del premio alla lista invece che alla coalizione. Ma perché mai? Qualcuno ha nostalgia della GAD (Grande Alleanza Democratica: chi se la ricorda)? E sul fatto che un partito vinca le elezioni da solo, con un numero di seggi più elevato di quelli ad esso spettanti con un riparto puramente proporzionale: ma perché, in Inghilterra, che pure sul tema della democrazia parlamentare, che ha inventato, avrà qualcosa da insegnare al mondo, non funziona così? E questo mica impedisce al partito che ha vinto le elezioni di sostituire il primo ministro (si veda la sfiducia alla Thatcher nel 1990 da parte del suo partito, che la sostituì quindi con John Major). 

Delle due l'una: o i timori della minoranza PD rispetto al fatto che questa legge elettorale sia una minaccia per la democrazia sono eccessivi, oppure - molto più probabilmente a mio avviso - la minoranza PD sta usando questo tema in maniera strumentale nell'ambito di una guerra di logoramento a Renzi che non è certo iniziata con la legge elettorale, e che con la legge elettorale ha probabilmente poco a fare. Per sintetizzare questo lungo intervento in poche parole: ma di che stiamo parlando?

Perché il doppio turno va bene?

Politica 20/1/2014

Si dice che il doppio turno "nazionale" è cosa diversa dal doppio turno di collegio (e dunque non sarebbe altrettanto valido).

Sono due cose diverse, certamente. Ma il risultato che il doppio turno è inteso a raggiungere - il taglio delle ali e la riduzione del potere di "interdizione" dei partiti più piccoli - è il medesimo: dunque avremo la possibilità per gli elettori di scegliere maggioranze coese fatte idealmente di un solo partito, laddove il primo turno è dedicato alla rappresentanza, e il secondo alla scelta della maggioranza di governo. 

La differenza più grande è nella scelta dei signoli parlamentari: in Francia si usano i collegi uninominali, in Italia si userebbero le liste corte bloccate (che si possono anche chiamare collegi plurinominali). 

Questa differenza è sopravvalutata: è vero che nel collegio si conosce il proprio candidato, ma in una lista corta i candidati realmente eleggibili sono uno o due (forse tre, se il partito si aggiudica il premio) a seconda della grandezza dei partiti: dunque in realtà questo modello ha il merito di potere permettere l'alternanza di genere e quindi una maggiore partecipazione femminile. 

Infine, si dice, con le liste bloccate i candidati sono "paracadutati". Ma anche questo dipende: abbiamo avuto i collegi uninominali con il Mattarellum, e i candidati erano puntualmente paracadutati in nome delle coalizioni (cosa non necessaria grazie al doppio turno, poiché ogni partito va per conto suo). 

La bontà di questo modello dipende molto da come verrà interpretato dai partiti: se i partiti selezionano i candidati con primarie di circoscrizone e preferenza di genere, l'elettore consocerà i nomi di un candidato uomo e una candidata donna che saranno elette se il partito va bene, più un terzo se il partito vince, mentre nei partiti piccoli a essere eletto (se il partito ottiene un seggio) è il priimo della lista, come nel collegio. 

Mica così male, direi.

Se Renzi porta a casa il doppio turno chapeau e zitti tutti.

Politica 20/1/2014

Si apprende da Repubblica che nella bozza di accordo Renzi-Berlusconi ci sarebbe il ballottaggio: http://www.repubblica.it/politica/2014/01/20/news/legge_elettorale-76439233/?ref=HREA-1

Se Renzi chiude un accordo con Berlusconi sul doppio turno, sarà riuscito là dove i predecessori del PD hanno fallito per un ventennio: persino se il prezzo dell'accordo fossero le liste bloccate (ma corte) sarebbe un risultato semplicemente storico e di importanza fondamentale per la vita politica del nostro Paese.

Se poi riuscisse a chiudere anche sulla riforma del bicameralismo (e dunque l'abolizione del Senato come lo conosciamo), sarebbe semplicemente un trionfo.

In tal caso, Cuperlo, Fassina & co. farebbero bene a riconoscere i meriti del segretario, e dare una mano piuttosto che rimuginare (a proposito, verrebbe da dire con cattiveria: Fassina chi?...).

Alle 4 del pomeriggio Renzi farà vedere le carte che ha in mano.

Purtroppo, però, come al solito il mazzo è nelle mani di Berlusconi. Dovremo attendere che si chiuda la mano per capire se si era trattato di un bluff.

Staremo a vedere. Ma in fiduciosa attesa, per una volta.



E se nello spagnolo corretto mettessimo il ballottaggio senza secondo turno?

Diario 18/1/2014

Il titolo può legittimamente sembrare una boutade: ma non lo è.

Capisco che l'intenzione è di "correggere" lo spagnolo introducendo una ripartizione su base nazionale e una soglia del 5%, ovvero dell'8% per le coalizioni (che è un po' dire come una pasta cacio e pepe corretta, senza cacio e senza pepe).

Gli obiettivi di questo miniporcellum (finiamo di chiamarlo spagnolo), a parole, è di assicurare la governabilità e ridurre il potere di ricatto dei partiti più piccoli (pur mantenendone la rappresentanza).

Il punto è che questo ircocervo non garantirà il raggiungimento né dell'uno, né dell'altro. Se per ottenere il premio di maggioranza occorre un voto in più e rimangono le coalizioni, allora sarà naturale vedere competere (e vincere) coalizioni variegate.

Si possono ottenere i due obiettivi diversamente, pur mantenendo (ahinoi!) l'impianto scelto. La risposta è si.

Come? Eliminiamo le coalizioni dalla legge elettorale e sostituiamo quella soglia con una seconda soglia (eventuale) per il premio di maggioranza. Mi spiego con un esempio.

Mettiamo che una lista (non ci sono più le coalizioni, ricordiamolo), per prendere il premio di maggioranza debba prendere il 40% dei voti: soglia volutamente alta, che difficilmente un partito singolo riuscirà a prendere.

Se nessuno ha preso il 40% allora il premio viene dato alla lista che abbia preso più voti, eccedenti la soglia del 30%. In questo caso, però, si prendono in considerazione i "secondi voti" (tecnicamente si chiama voto alternativo o "instant run-off"). 

Che vuol dire? Un po' come per le elezioni comunali, l'elettore può esprimere contestualmente, sulla stessa scheda, due voti: uno per il proprio partito preferito, e uno ai fini del premio di maggioranza. 

Supponiamo che alle elezioni il PD prenda il 29% dei voti, SEL il 5%, i socialisti il 2%, e che tutti gli elettori di SEL e dei socialisti abbiano espresso il proprio "secondo voto" per il PD: sommando il proprio 29% al 7% degli altri partiti, il PD avrà dunque il 36% dei voti. 

Supponiamo pure che nelle stesse elezioni Forza Italia prenda il 31%, NCD, la Lega e Fratelli d'Italia l'1% ciascuno. Forza Italia, considerando anche i voti degli "alleati" (che in realtà alleati non sono, perché sono voti liberamente espressi dagli elettori), va al 34%.

Risultato, vince il PD (nonostante in termini di voti "diretti" Forza Italia ne abbia presi di più), al quale viene assegnato il premio di maggioranza, che si somma ai seggi assegnati sulla base del suo 29% (e non del 36%).

In questo modo: 1) sia il PD che Forza Italia (ovvero: i partiti più grandi) non hanno incentivi a creare delle coalizioni; 2) la proposta politica di ciascuna lista può essere ben definita, anche perché 3) i partiti più piccoli non sono penalizzati (non più di quanto non lo sia, proporzionalmente, il partito grande che non vince); 4) c'è un ballottaggio, ma non c'è un secondo turno.

Attenzione: ricordiamo che Forza Italia non vuole il doppio turno e le preferenze, ma vuole il premio di maggioranza. NCD non vuole che i partiti più piccoli vengano penalizzati. E il PD vuole che sia possibile per i partiti grandi governare senza i ricatti dei piccoli.

Tutti contenti, facile, no? Forse per questo non lo faranno mai.

Legge elettorale: calma e gesso

Politica 18/1/2014

Legge elettorale: fermi tutti, calma e gesso. 

Il PD vuole da sempre il doppio turno. 

Berlusconi non vuole il doppio turno e le preferenze. 

Sembra ci possa essere un'intesa sullo spagnolo (quindi niente doppio turno e preferenze) perché, si dice, favorirebbe i partiti più grandi a causa della ripartizione dei seggi in circoscrizioni molto piccole, con soglia di sbarramento implicita superiore al 15% (e allora il PD ci sta perché è tutelato il bipolarismo, anzi il bipartitismo). 

A queste condizioni però non ci sta Alfano, e allora lo spagnolo è "corretto" con una ripartizione su base nazionale e soglia del 5% (e dunque i piccoli partiti sono tutelati). 

Ma se la montagna deve partorire il topolino di un mini-porcellum con liste ancora bloccate e nessun meccanismo per la riduzione della frammentazione, non varrebbe la pena tenersi la legge che viene fuori dalla sentenza della Corte? O tutto questo movimento è perché non vogliono le preferenze? 

E soprattutto il PD, che muove le danze, che convenienze avrebbe da questa riforma?

La realtà parallela de il Giornale (questa volta: sul PD a pezzi mentre il PdL si scinde per l'ennesima volta)

Politica 21/11/2013

La mattina seguo, come la maggior parte degli italiani, la rassegna stampa in tv.

Immancabilmente rimango stupefatto dinanzi ai giornali che gravitano attorno alla famiglia Berlusconi: titoli e articoli sono invariabilmente diversi da quelli su cui "convergono" gli altri organi di stampa. 

Oggi sulla prima del Giornale si poteva leggere "PD a pezzi" (sulla Padania: "implode il PD"), in relazione al voto sulla Cancellieri, in occasione del quale - a onor del vero - il PD ha votato in maniera compatta, nonostante una non banale divergenza di opinioni al suo interno alla vigilia del voto.

Tutto questo a cinque giorni di distanza dall'ennesima scissione del PdL. 

Da quando il PD è stato fondato, nessuna scissione ha avuto luogo, e a lasciare sono stati personaggi - politicamente - minori, del calibro della Binetti. 

Nello stesso periodo si sono registrate due scissioni maggiori (oltre a FLI e NCD si ricordano perlomeno la lista 3L di Tremonti, Grande Sud di Micciché, Io Sud di Poli Bortone,  GAL, etc.) nel PdL, che nel frattempo è anche stato sciolto per lasciare il passo a Forza Italia. 

Hanno lasciato uomini simbolo dell'epopea berlusconiana del calibro di Fini, il socio ed erede di sempre nonché già presidente della Camera, Alfano, il sempiterno delfino, Tremonti, il ministro dell'Economia durante quasi tutta l'epopea di governo berlusconiana, Schifani, già presidente del Senato e capogruppo del PdL nella stessa aula nonché simbolo della Sicilia berlusconiana, Micciché, altro artefice dello storico 61 a 0 in Sicilia, Formigoni "il Celeste" presidente della Lombardia-simbolo del berlusconismo per un ventennio, Lupi, cinghia di trasmissione con compagnia delle Opere, Mauro, altro uomo di CL e volto del berlusconismo in Europa, Cicchitto, pretoriano da trincea della prima ora, La Russa... e ci fermiamo qua per carità di patria.

Non si vuole peraltro infierire pensando alle "scissioni" da alleati che formalmente non hanno mai fatto parte del PdL, ma che erano parte della "granitica" Casa delle Libertà e gradualmente hanno abbandonato: l'UdC di Casini e Buttiglione, la Lega, Storace e la Destra (di cui fu peraltro candidata alla carica di premier la Santanché, all'epoca in cui non era un falco di Silvio, ma diceva di lui peste e corna).

Nonostante questo, da anni, il cittadino medio, se interpellato, dirà che il PD non è adeguato per governare "perché si dividono sempre". E nonostante l'evidenza dei fatti, è la realtà che emerge da giornali come Libero o il Giornale, e che poi riesce a "tracimare" sugli altri organi di informazione.

Il sentire comune di questi due ultimi decenni sarebbe stato possibile senza questa sistematica manipolazione della realtà? Ed è legittimo questo uso dell'informazione? Si tratta ancora di organi di informazione, o non sono piuttosto semplicemente organi di propaganda?




Quello delle amministrative è un risultato importante, ma non bisogna illudersi che sia un'inversione di tendenza

Politica 11/6/2013

Quello delle amministrative di ieri è stato un risultato importante, e giustamente quanti si riconoscano nel campo del centrosinistra fanno bene ad accoglierlo con soddisfazione: allo stesso modo però farebbero l'errore di confondere la realtà con i propri auspici, se ritenessero questo risultato (storico, se si pensa alla "presa" di roccaforti avversarie come Treviso, prima ancora che alla vittoria di Roma) un'inversione di tendenza a livello nazionale utile a prefigurare possibili evoluzioni anche ai fini delle prossime (non troppo lontane?) elezioni politiche. Tutto questo per almeno tre motivi.

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Primarie per i candidati al Parlamento

Politica 28/11/2012

Il Partito Democratico sta traendo enormi vantaggi in termini di consenso dall’aver tenuto le primarie per la scelta del candidato premier alle prossime elezioni politiche: sembra che questo rinnovato consenso sia dovuto alla rinnovata voglia di partecipare dei cittadini, che vedendosi “rifiutati” dai partiti tradizionali, hanno di recente guardato con attenzione a forme politiche di aggregazione nuove, sebbene non del tutto prive di dubbi quanto all’effettivo tasso di democrazia nei processi decisionali interni.

Ora il rischio è quello del riflusso, e cioè che, una volta celebrato il rito delle primarie, chiunque vinca, l’entusiasmo cali e si torni a respirare aria di “vecchia politica”, con trattative condotte lontano dallo scrutinio degli elettori sui nominativi da inserire nelle liste dei candidati, e conseguente prevedibile disaffezione dei cittadini, e calo dei conensi tra gli stessi.

Il PD ha dinanzi a sé un’occasione enorme a disposizione per consolidare il suo vantaggio e il consenso presso gli elettori, ma anche per indicare una via da seguire alle altre forze politiche, ed evitare l’affermarsi di movimenti “antipolitici” estemporanei: indire le primarie anche per la scelta dei candidati alle cariche di deputati e senatori.
Legge elettorale alla mano, il termine per la presentazione delle liste è il trentaquattresimo giorno antecedente le elezioni. Considerando che la data delle elezioni potrebbe essere anticipata al 10 marzo in caso di approvazione della riforma elettorale, esiste una finestra, fino al 3 febbraio, per tenere le primarie. La data più indicata potrebbe essere il 20 o il 27 gennaio.

Esistono almeno tre obiezioni, facilmente prevedibili, a questa proposta.

La prima: non sappiamo con che legge elettorale andremo a votare. Vero, ma alla luce dei negoziati in corso, pare tramontato il ricorso ai collegi, e sembra certo che le circoscrizioni saranno quelle attuali; potrebbe cambiare la modalità di elezione dei candidati (in parte listino bloccato, in parte con le preferenze), ma questo non esclude il problema principale: come sono scelti i nomi che troveremo sulla scheda.

La seconda: le primarie sarebbero troppo vicine alle elezioni regionali, dunque ci sarebbe un rischio di sovrapposizione. Personalmente non capisco i “rischi di sovrapposizione”. In fondo dopo un mese si vota per le politiche, e dunque? Ad ogni modo, se questo argomento fosse talmente forte da rendere sconsigliabile l’indizione di primarie nelle regioni in cui si vota, non ci sarebbe tuttavia una buona ragione per non tenerle nelle circoscrizioni che non ricadono in una di queste regioni.

La terza: gli elettori sarebbero comunque stanchi di votare per l’ennesima volta, dopo i due turni di primarie nazionali, le primarie regionali, le elezioni regionali. Dunque il rischio sarebbe quello di una bassa affluenza, e perciò di un effetto negativo in termini mediatici, oltre che di legittimazione dei candidati. In primo luogo, non credo che più di mille candidati alla carica di parlamentare non sarebbero in grado di mobilitare meno di mille persone a testa, dunque sopra la soglia fatidica del milione di elettori. E se pure così non fosse, sarebbe più democratico e offrirebbe più legittimazione far scegliere i 945 candidati al Parlamento a un organo di partito piuttosto che a centinaia di migliaia di elettori?
 


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Le riforme che si possono fare

Politica 18/11/2012

 

Nell’imminenza delle elezioni il sistema politico è entrato in fibrillazione, e sembrano drasticamente ridursi le possibilità che vadano in porto le riforme che il Parlamento aveva riservato alla propria iniziativa all’insediamento del governo tecnico: le riforme istituzionali. Quelle riforme non sono meno necessarie oggi di quanto non lo fossero un anno fa, ma alle forze politiche mancano gli incentivi per approvare tali riforme, perché non ne vedono i vantaggi: tantopiù adesso che anche l’ultimo barlume di “velo d’ignoranza” è venuto meno, e le forze politiche sono in grado di anticipare con precisione le conseguenze di ogni riforma per ciascuna di loro. Di conseguenza, i possibili vincitori cercano di aumentare le proporzioni del proprio successo, mentre chi si aspetta di perdere cerca di limitare la misura della sconfitta. In questa situazione, per tutti i soggetti coinvolti lo status quo può sembrare un’alternativa migliore a un cambiamento temuto.
 
Perché le riforme necessarie siano portate a termine, questi soggetti devono ritenerle tali, dunque mettere a fuoco l’esistenza di problemi che necessitano di essere risolti. Ma devono anche riuscire a vederne la convenienza, specie rispetto allo status quo. E deve essere possibile portarle a termine: dunque considerando il poco tempo a disposizione qualsiasi intervento deve essere a costituzione vigente.
 
Quali sono i problemi che le riforme istituzionali dovrebbero risolvere? In primo luogo la governabilità del Paese. Il sistema attuale non consente la formazione di solide maggioranze che possano sostenere governi forti di legislatura, e in entrambe le Camere. Il primo problema è connesso alla formazione di maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Il secondo al sistema elettorale, che deve consentire la formazione di maggioranze solide e stabili, e al contempo restituire alla politica rappresentatività e fiducia da parte dei cittadini.
 
La possibilità di maggioranze diverse nelle due Camere è connaturata a un sistema di bicameralismo perfetto. Un primo passo verso il superamento di questo sistema potrebbe aversi con un cambiamento delle forme di elezione e di legittimazione dei membri del Senato. La Costituzione infatti prescrive che i deputati siano eletti a suffragio universale e diretto, non così per i senatori, che devono essere eletti "su base regionale".
 
Per il Senato si potrebbe pertanto introdurre un'elezione di secondo livello, con i senatori eletti dai Consigli regionali in seno ai propri membri, rinnovandone magari ogni due anni la metà. In sede di prima applicazione, oltre ai consiglieri regionali potrebbero essere eletti anche i senatori uscenti (un illustre precedente è la terza disposizione transitoria della Costituzione): questa misura potrebbe servire da incentivo al voto da parte degli stessi senatori, in quanto per molti potrebbero aumentare le chances di rielezione. Inoltre, una norma dovrebbe impedire il cumulo del trattamento economico da senatore con quello da consigliere regionale (per tutti i senatori salvo gli eletti in circoscrizione estero, i senatori a vita e gli ex senatori eletti): nonostante l'impossibilità di ridurre il numero complessivo dei parlamentari, come richiesto da più parti, con questa riforma a regime sarebbe ridotto di 309 unità il numero di emolumenti per i senatori. Per rispecchiare questa modifica della composizione in una modifica delle funzioni, il regolamento del Senato potrebbe essere cambiato per prevedere il deferimento a una “commissione filtro” l'esame e l'approvazione di tutti i disegni di legge, salvo quelli ad avviso della stessa Commissione aventi ad oggetto materie di competenze concorrente, e fatti salvi i limiti di cui all'articolo 72 della Costituzione.
 
Se le riforme relative al Senato fossero approvate, il dibattito sulla legge elettorale riguarderebbe quindi principalmente la Camera dei deputati. A questo punto l’orientamento sembra quello di confermare l’impianto del “porcellum” con dei correttivi, in particolare con riferimento all’assegnazione del premio di maggioranza, in dipendenza del superamento di una soglia, ovvero – sotto soglia – in proporzione ai voti ricevuti: la distanza tra i partiti sembra però essere sulla misura della soglia e del premio. Per aggirare il problema, e trovare un accordo su soglie di sbarramento e premi ragionevoli, potrebbe essere assegnato, contestualmente al premio di maggioranza, un “premio di minoranza” al partito più votato della seconda coalizione. Questa regola, oltre a generare un consenso più largo sulla questione del premio di maggioranza, rafforzerebbe entrambe le gambe di un sistema politico bipolare contribuendo a ridurre il rischio che una di tali gambe si avvii a un rapido disfacimento che non fa comunque bene al Paese.
 
Infine, sulla necessità di riconquistare la fiducia dei cittadini: perché questo sia possibile è necessario consentire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari piuttosto che farli votare nuovamente per liste bloccate. In considerazione dei rischi di infiltrazione legati alle preferenze, non rimangono alternative ai collegi uninominali. Sarebbe possibile utilizzarli all’interno di un impianto fondamentalmente proporzionale? Sì, applicando l’idea base del “provincellum”, vale a dire che alle liste si attribuiscono i seggi in proporzione ai voti ricevuti in ciascuna circoscrizione, mentre la percentuale dei voti ottenuti dai candidati nei collegi servirebbe a stilare dopo le elezioni l’ordine di preferenza tra i candidati per l’assegnazione agli stessi dei seggi. Disegnare i collegi non è compito facile, ma per le prossime elezioni si potrebbero utilizzare quelli del “mattarellum”, anche perché la suddivisione del territorio rilevante ai fini dell’assegnazione dei seggi sarebbe quella tra circoscrizioni.
 
Riforma del bicameralismo perfetto, premio di maggioranza di minoranza ai due partiti maggiori, e collegi uninominali per ripristinare il rapporto eletti - elettori: tre riforme semplici, che potrebbero essere approvate a costituzione vigente, e convenienti per tutte le forze politiche coinvolte.
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).