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C'é chi dice no

Politica 8/9/2020

Perché votare no al referedum per la riduzione del numero dei parlamentari.

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Riflessioni in libertà sul referendum sulle trivelle

Politica 16/4/2016

Da domani, a sentire la propaganda referendaria, i fiumi e il mare cesseranno di essere inquinati, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno; ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno (per i meno giovani: cit. Lucio Dalla, l'anno che verrà). 

Intendiamoci: io credo che se una cosa é da "rottamare", nel nostro Paese e non solo, questa è la dipendenza dalle energie fossili. Ma questo si fa con politiche serie per la coibentazione dei nostri edifici (pubblici e privati), con la promozione delle ciclabili e del trasporto su ferro, con i disincentivi per l'acquisto e l'uso delle auto, e ovviamente con la promozione delle rinnovabili. Per esempio quello che fanno (certo con altri mezzi finanziari) in Norvegia, ma in misura minore anche in Germania, Olanda, Danimarca.... 

Ma domani si vota su questo? Questo è un programma di governo, non un quesito referendario. Infatti il quesito di domani chiede altro all'elettore. Leggetelo prima di apporre la croce sul sì o sul no. Il referendum di domani non sposta di una virgola questi problemi. All'elettore si chiede solo se voglia che in deroga a una regola generale che vieta nuove esplorazioni entro le 12 miglia, alla scadenza delle 26 (ventisei) concessioni, spesso tra 20 anni, le piattaforme debbano essere chiuse o rimanere in attività sino a esaurimento dei pozzi. Nota bene: se tra 20 anni i pozzi saranno chiusi, molto probabilmente il metano mancante verrà comprato altrove, e la decisione di domani avrà un impatto diretto pressoché nullo sulla struttura dell'offerta energetica in Italia.

Francamente mi avvilisce lo sdegno delle nuove vestali della democrazia diretta, che in maniera altrettanto sguaiata si strappano le vesti dinanzi allo scandalo dei "sacrileghi" appelli al non voto, e gridano "onestà" sul sagrato di una chiesa invece di attenersi al pudico silenzio che è dovuto al lutto. Il paragone non è casuale: perché in entrambi i casi ci si attiene alla forma di un rito per stravolgerne la sostanza. Se al voto referendario si attribuisce un valore simbolico che non corrisponde alla realtà dei fatti, si ingannano i cittadini-elettori, che vengono fraudolentemente privati della possibilità di incidere sulle vere scelte della politica. Di conseguenza viene meno la fiducia degli stessi cittadini nell'istituto referendario, e in buona sostanza se ne svilisce il significato, e il referendum diventa plebiscito: non già strumento di democrazia diretta per determinare le scelte, ma strumento di ratifica di posizioni politiche prese altrove. In breve: un atteggiamento intellettualmente disonesto.

Ma c'è una cosa che mi fa sorridere. Tra quelli che oggi si scandalizzano di quanti fanno campagna per l'astensione c'è n'è uno che ha fatto della mistificazione della realtà un'arte negli ultimi venti anni, e non mi stupiscono ora i suoi proclami. Quel signore era lo stesso per cui le vestali della democrazia esprimevano schifo e disgusto, tanto da condannare per empietà e chiara evidenza di disonestà (intellettuale e non solo) chi provasse a trattare con lui da posizioni diverse, come si fa in politica, e magare siglare persino patti (del nazareno) da avversari. Adesso che il nostro grida sdegnato a favore del referendum nessuno si gira a guardarlo con disgusto e a sputare sul terreno su cui posa i piedi.

Mi piace pensarli così, questi nuovi farisei: a gridare "onestà" con le mani candide alzate al cielo sul sagrato del tempio, e in mezzo a loro, che grida e agita le mani allo stesso modo, un uomo anziano in doppio petto e maglietta nera, che evidentemente passa inosservato grazie ai vistosi occhiali da sole che porta a causa di una fastidiosa uveite.

Buon voto a tutti.

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permalink | inviato da PoliticaMente il 16/4/2016 alle 19:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

E se iniziassimo a pensare alla riforma del referendum, nel frattempo?

Politica 12/6/2011

Oggi i numeri fanno ben sperare: la terza affluenza più alta della storia (incrociando le dita) fa presagire un superamento del quorum che non ha avuto luogo per troppi anni.

Perciò, prima che sappiamo come andrà a finire con questo referendum, inziamo a pensare al domani e al dopo dell’istituto referendario: gli italiani hanno dimostrato grande passione partecipativa questa come altre volte ai referendum, e l’abuso e la manipolazione del quorum per frustrarne il contributo alla vita democratica del Paese devono fare posto a nuove condizioni che esaltino la possibilità dei cittadini di essere coinvolti attraverso questo strumento nella gestione della cosa pubblica.

Proviamo a passare brevemente insieme i tratti dell’istituto referendario che necessitano di essere aggiornate.

In primo luogo il quorum: la ragione per cui esiste è di evitare che attraverso la democrazia diretta minoranze più organizzate possano bloccare l’attività del legittimo depositario della volontà popolare (e della maggioranza), il Parlamento. Giusto mantenerlo, dunque, ma il comma quarto dell’articolo 75 della Costituzione dovrebbe essere modificato per stabilire che il referendum sia valido quando ha partecipato alla votazione un numero di aventi diritto pari alla maggioranza dei voti validamente espressi alle ultime elezioni della Camera dei deputati.

Una partecipazione decrescente alla consultazioni elettorali è (purtroppo) un fisiologico prezzo da pagare alla maturazione dei sistemi democratici: quanto più l’elettorale percepisce le alternative come similmente affidabili, tanto più la necessità di partecipare diminuisce. Ma proprio in un contesto di minore «attenzione» alla politica, è necessario rafforzare un istituto di salvaguardia che possa intervenire per bilanciare eventuali decisioni improvvide di maggioranze parlamentari sempre più rappresentative di minoranze del corpo elettorale.

D’altro canto, per evitare che lo strumento referendario venga abusato, sarebbe pure opportuno innalzare il numero di elettori necessario per richiederlo a un milione.

In secondo luogo, occorre prendere atto di mutate circostanze rispetto a quelle esistenti al momento in cui è stata redatta la costituzione. La mobilità degli elettori è molto maggiore che in passato, e questi spesso si trovano al momento delle elezioni in un luogo diverso da quello di residenza. Le attuali regole di fatto privano quanti si trovino in tale situazione della possibilità di esercitare il proprio diritto. In una condizione storica in cui è possibile superare questo ostacolo, ed è stato scelto di farlo rispetto ai concittadini che vivono all’estero, è utile pensare se non sia possibile restituire a ogni cittadino la possibilità di votare, a prescindere dalla sua presenza fisica il giorno delle elezioni. A questo proposito si potrebbe modificare il terzo comma dell’articolo 75 della Costituzione per prevedere che entro quarantacinque giorni dalla votazione, gli elettori possono chiedere di esercitare il proprio diritto di voto in un luogo diverso da quello di residenza, o per corrispondenza. Del resto il rederendum è su base nazionale, dunque l’esercizio del diritto in luoghi diversi da quello di residenza non potrebbe in alcun modo alterare i risultati finali.

In terzo luogo, occorre intervenire sull’oggetto del referendum. Nel 1947 non esisteva l’Unione europea, ma oggi l’Italia è vincolata al rispetto degli obblighi che derivano dalla sua partecipazione all’Unione: al comma secondo dell’articolo 75 bisognerebbe dunque coerentemente prevedere che non è ammesso il referendum per le leggi di attuazione del diritto dell’Unione europea.

Ancora sulla legge oggetto del referendum, sempre più spesso, e anche in occasione dell’ultima consultazione, si è assistito al tentativo di farne fallire la celebrazione con delle modifiche ad arte. Per evitare che venga così violato il diritto del popolo di esprimersi, occorerebbe aggiungere un ultimo comma all’articolo 75 della Costituzione, per prevedere che la legge, o l'atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce non possono essere abrogati nei sessanta giorni precedenti la votazione del referendum. Ancora, per evitare che la volontà popolare sia disattesa successivamente alla celebrazione del referendum, lo stesso comma dovrebbe prevedere che il legislatore sia vincolato all’esito del referendum nei cinque anni successivi alla celbrazione dello stesso.

Infine, mi si permetta l’audacia, occorrerebbe pensare anche alla possibilità di intridurre il referendum propositivo. A tale proposito, al primo comma dell’articolo 75 potrebbe essere aggiunto un nuovo periodo, che preveda che è indetto referendum popolare per deliberare l'approvazione di una legge quando lo richiedono cinque milioni di elettori o dieci Consigli regionali.

È lecito dubitare che in Parlamento ci sia chi sia disposto a lottare per raggiungere tali risultati, ma iniziare a parlarne può servire a stimolare il dibattito. Eppure chissà: forse sarebbe ancora più bello se una simile riforma fosse approvata da una maggioranza risicata in Parlamento, e poi confermata dagli italiani proprio attraverso un referendum.

Ad ogni modo, lasciati questi pensieri in libertà sui referendum futuri, concentriamoci di nuovo su quello presente: e speriamo bene.


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permalink | inviato da PoliticaMente il 12/6/2011 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Abolire il premio di maggioranza

Politica 27/9/2010

La ribellione contro l’eliminazione delle preferenze sta facendo strada nei discorsi dei politici e della gente comune. Del premio di maggioranza, però, non parla nessuno: perché? Forse perché fa comodo a molti, ma di sicuro è altrettanto nefasto per la qualità della nostra democrazia. Un referendum che abroghi la norma relativa al premio di maggioranza farebbe venire giù il castello di carte. Allora perché nessuno propone un referendum per abolire il premio di maggioranza? Il messaggio nella bottiglia è stato lanciato in mare. Non resta altro che sperare che qualcuno lo raccolga. Il dubbio è che, mentre il dito indica la luna, i nostri politici si soffermino a guardare il dito. Il dito sono le preferenze, ma la luna, il bersaglio grosso a cui puntare, è il premio di maggioranza.

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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).