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Alcune riflessioni sulle elezioni regionali

Politica 1/6/2015

Ieri si votava in sette regioni. Alla vigilia sembrava esservi un consenso unanime sul fatto che un 6-1 sarebbe stato un grande successo, un risultato “tennistico”. Considerare un 5-2 all’indomani delle elezioni una sconfitta per il PD di Renzi sembra quantomeno eccessivo. Tanto più che in qualsiasi altra competizione quando finisce 5-2 chi ne fa 5 vince.

Nella percezione di questo risultato come una mezza sconfitta per il PD è interessante notare il ruolo degli exit poll: all’inizio degli scrutini l’Umbria sembrava dovesse passare al centrodestra, e un 4-3 con la perdita di una regione rossa sembrava una prospettiva catastrofica. Ad urne chiuse i fatti sono altri: l’Umbria è rimasta al centrosinistra, che ha vinto con una percentuale per esempio superiore a quella ottenuta nelle Marche. Eppure la percezione è rimasta un’altra.

Il paragone tra l’Umbria e le Marche è interessante anche per un altro motivo: ciò che ha fatto sembrare in forse e sofferta la vittoria in Umbria del PD non è stato il numero di voti ottenuti dal centrosinistra, ma il consenso ottenuto dal centrodestra. La differenza tra il dato umbro e quello marchigiano si spiega perciò principalmente con il fatto che in Umbria il centrodestra si presentava unito.

Simmetricamente, in Liguria il centrosinistra si è presentato diviso e ha perso. Dire che la Liguria è un passo indietro per Renzi e il suo PD significa ignorare che senza la defezione a sinistra il risultato sarebbe stato probabilmente un altro.

A vincere non è stato solo il centrodestra, quanto piuttosto una logica di certa sinistra per cui un governo di destra a volte è migliore di uno di sinistra moderata. Dietro questa logica c’è un approccio alla politica per cui è meglio mantenere la purezza delle proprie posizioni piuttosto che metterla a repentaglio partecipando a processi decisionali complessi che inevitabilmente l’attività di governo comporta.

In realtà questo approccio non appare dissimile da quello seguito dal Movimento cinque stelle, che proprio per questo motivo è stato ripetutamente biasimato, soprattutto da sinistra, per aver disperso il suo capitale di fiducia auto-escludendosi dalla possibilità di influire sui processi dialogando con la sinistra di governo.

Un altro dato del risultato elettorale in Liguria appare rilevante. La Liguria è l’unica regione in cui hanno vinto le elezioni, ottenendo un premio di maggioranza, un candidato presidente e una coalizione che hanno ottenuto meno del 40%. La legge elettorale in questa regione prevede l’attribuzione di un premio di maggioranza in misura fissa, pari al 20% dei seggi in palio. Di conseguenza la maggioranza in questo momento è una “maggioranza a metà”, nel vero senso della parola, poiché dispone di soli 15 seggi su un totale di 30.

Qualcuno sarà pronto a dire che questo sistema non funziona bene, perché non ha prodotto una maggioranza chiara. Al contrario, a me pare preoccupante che un sistema elettorale sia concepito per garantire la maggioranza dei seggi a una minoranza che non raggiunga il 35% dei voti. 

A livello nazionale l’applicazione dell’italicum avrebbe prevenuto un simile risultato, perché il premio di maggioranza non spetta alla coalizione ma alla lista vincente, ma soprattutto perché in un caso simile si sarebbe proceduto a ballottaggio tra le due liste più votate. D’altro canto, però, a seguito del ballottaggio l’italicum garantisce alla lista vincente una solida maggioranza a prescindere dal risultato raggiunto al primo turno: in questo, la soluzione ligure del premio in misura fissa (in termini di seggi aggiuntivi attribuiti) sembra meglio rispettare le indicazioni degli elettori, e forse sarebbe stato opportuno puntare su un meccanismo simile per il premio di maggioranza anche a livello nazionale.

Di certo, a livello regionale si dovrebbe riflettere sull’utilità di mantenere regimi diversi da regione a regione, soprattutto in presenza di sistemi che allocano gli incentivi tra i partiti in maniera errata: in assenza di ballottaggio, le minoranze all’interno di un partito (o di una coalizione) hanno un peso negoziale sproporzionato rispetto alla loro consistenza, perché una loro defezione può determinare una sconfitta. La stessa considerazione può del resto applicarsi a piccole forze esterne ai maggiori partiti, ma che possono essere determinanti per vincere. 

L’esasperazione del frazionismo finalizzato a rendite negoziali e la concezione dell’assemblea legislativa come un’appendice della funzione di governo piuttosto che come un’autonoma istituzione di controllo hanno contribuito alla crisi dell’istitutivo regionale. In attuazione dell’articolo 121 della Costituzione, potrebbero adottarsi per legge dei principi generali per i sistemi elettorali regionali, comprendenti in particolare il secondo turno in caso di mancato raggiungimento di una certa soglia (possibilmente il 50%) e un premio di maggioranza in misura fissa in termini di seggi.

Il premio in misura fissa non sarebbe stato invece rilevante in Veneto, dove il centrodestra - unito - ha trionfato con più del 50%. Sarebbe tuttavia errato considerare, come fanno molti mezzi di informazione, che in Veneto ha vinto la nuova Lega di Salvini. In Veneto ha vinto la vecchia Lega di governo rappresentata, in continuità con il passato, da Zaia.

Anzi, volendo andare oltre i risultati mostrano che la proposta politica di Salvini è perdente: dove la Lega va da sola fa ottimi risultati ma non vince. Vince invece in Veneto e Liguria, dove il candidato presidente non rappresenta il nuovo corso di Salvini, ma è espressione della vecchia alleanza di una Lega governista con un centro destra ampio con un ruolo importante per Forza Italia.

Anche nel PD, del resto, i candidati presidente non erano espressione del nuovo corso renziano. in Toscana e Umbria si è candidato il presidente uscente, in Campania il candidato di cinque anni fa, in Puglia chi ha ricoperto la carica di sindaco di Bari per un decennio. Le stesse candidate in Liguria e Veneto erano state espressione di un’anima diversa del PD prima di abbracciare il nuovo corso renziano.

Il voto di queste regionali non smentisce il voto alle europee dello scorso anno, ma lo ridimensiona. Il 40% del PD non era stato troppo dissimile, qualitativamente, rispetto ad esploits come l’8,5% dei radicali alle europee del 1999: alle elezioni europee domina il voto di opinione, così che l’elezione si trasforma in un grande sondaggio, solitamente sul governo nazionale. Anche il sistema elettorale per le europee dovrebbe infatti essere cambiato per mutarne le finalità e l’interpretazione da parte degli elettori. 

E’ significativo notare invece che quando in gioco sono interessi concreti, il voto di opinione quasi scompare per cedere il passo a un voto di appartenenza che è difficile da scalfire, come evidenziato dal fatto che i risultati tendono a rispecchiare più quelli di cinque anni fa che quelli dell’anno scorso. Ne consegue che il tentativo di abbandonare la propria base elettorale classica per andare alla conquista del bacino elettorale di forze diverse è estremamente ambizioso e rischioso, perché l’elettorato non sembra al momento recettivo nei confronti di questa possibilità.

I due protagonisti dell’attuale scena politica (il PD e la Lega), hanno solo iniziato un processo di trasformazione che richiederà tempo perché queste due complesse organizzazioni si ricollochino, anche in periferia, su uomini e posizioni che rispecchino la strategia dei rispettivi leader a livello nazionale. In altre parole: su come sarà il prossimo confronto tra le forze in campo a livello nazionale, queste elezioni regionali ci dicono poco. In compenso ci danno però qualche elemento di riflessione su come tale confronto non sarà, e più un generale su come il confronto elettorale non dovrebbe essere, per diversi aspetti.

Morire per l'Italicum: la battaglia della minoranza PD. Ma di che stiamo parlando?

Politica 2/5/2015

Sono appena passati il 25 aprile e il 1 maggio: date che evocano passioni e ideali di primo livello nella sinistra italiana. Ecco, quelle passioni e quegli ideali mi sembrano del tutto assenti nella battaglia della cosidetta minoranza PD. Una volta le scissioni si evocavano, con grande e sentito dolore, per questioni come i carri armati sovietici a Budapest o Praga: lì si combatteva davvero per la democrazia. Un articolo sull'opportunità di iniziare quella che sarebbe stata la seconda guerra mondiale passò alla storia per il suo titolo: "morire per Danzica?" . 

Pensando alle vicende interne del PD non posso fare a meno di pensare che l'interrogativo sia "morire per D'Attorre?". La minoranza avrebbe potuto scegliere un volto migliore per questa battaglia. Il nostro si è fatto notare per essere stato "democraticamente" imposto come Commissario del partito in Calabria (esperienza della quale non mi pare siano rimaste tracce indelebili nella storia della nostra regione) per poi essere "democraticamente" catapultato in Parlamento dopo meno di un anno - evidentemente per i meriti acquisiti sul campo - attraverso le liste bloccate che adesso tanto biasima. Meglio non parlare delle primarie celebrate allora in fretta e furia tra Natale e Capodanno... o forse si: perché o le primarie vanno bene come strumento di legittimazione dei candidati, o non vanno bene mai. E a voler parlare di primarie, forse a Renzi va dato quantomeno il merito di avere trasformato uno strumento di legittimazione ex post di scelte già fatte (Prodi, Veltroni, lo stesso Bersani), in quello che dovevano essere, uno strumento con il quale si chiede agli elettori un giudizio tra opzioni alternative. D'Attorre e chi ha condiviso con lui un pezzo di strada le primarie le ha perse, ma evidentemente non ha accettato il responso di una scelta presa in linea con le regole che il suo partito si è dato: ragione o torto che abbia, a me il "congresso permanente" non piace. Ma mi rendo conto che ho perso troppo tempo con D'Attorre, rischiando di confondere la lana con la seta, come direbbe Fuccillo (bell'articolo: http://www.blitzquotidiano.it/.../matteo-renzi-italicum.../). Questa volta, però, si è mosso Bersani. Un galantuomo, come ce ne sono pochi in giro: difficile non riconoscerlo. Però sul suo fiuto politico forse ha ragione Staino (quello di Bobo, mica un democristiano), che non è diventato renziano, ma invita Bersani ad andare ai giardinetti coi pensionati proprio per non avere capito il pericolo Renzi quando avrebbe dovuto (http://www.huffingtonpost.it/.../staino-bersani-parco...). 

Adesso finalmente ci sarebbe da dire qualcosa sulle riforme istituzionali di Renzi, che per la minoranza PD sarebbero una minaccia per la democrazia... ma chi ci crede davvero? Guardiamo a quello che è successo proprio con l'Italicum, con la minoranza PD che ha chiesto modifiche dopo la prima lettura, ottenendole, Forza Italia che ha votato entrambe, e gli uni e gli altri (perché, non dimentichiamolo: oggi la minoranza PD è sullo stesso fronte di Brunetta) si tirano indietro perché la legge che hanno votato in due letture è improvvisamente un attentato alla democrazia. Ma io mi chiedo: che credibilità e legittimazione può avere una politica che agisce così? Queste sarebbero persone da una parola sola? Avendo assistito alle vicende dell'Italicum sono più convinto di prima sull'opportunità che si superi il bicameralismo perfetto. Nel caso dell'Italicum la minoranza avrebbe posto le sue condizioni, si sarebbe votato su quel testo, senza fiducia, invece di questa pantomima, e avremmo una legge. 

Perché, peraltro, cosa pensi nel merito di questa riforma la minoranza PD io non l'ho capito mica. Marcello Sorgi ha efficacemente passato in rassegna alcune delle "giravolte" di quelli che oggi si strappano le vesti per l'attentato alla democrazia (http://romanofulvio.blogspot.sk/.../l-dei-voltagabbana-m...): non vale la pena passarle in rassegna tutte, ma fare alcune osservazioni sì. Sono abbastanza vecchio da ricordare alcune delle posizioni sulla materia elettorale del PCI-PDS-DS e poi del PD. Ce lo ricordiamo Veltroni (e non solo lui) che vagheggiava una legge che ci desse il "sindaco d'Italia"? A me l'impianto dell'Italicum sembra estremamente simile a quello della legge per i comuni sopra i 15000 abitanti: doppio turno, premio di maggioranza, liste con le preferenze. Le differenze rispetto a quel modello sono: capolista bloccati, ballottaggio non necessario per l'attribuzione del premio al 40% invece che al 50%, e impossibilità di apparentamenti e coalizioni. Davvero qualcuno pensa che la combinazione di questi tre elementi, o anche uno solo tra essi, faccia di questo modello un modello antidemocratico? Mi rendo conto che ci sia una differenza tra un consiglio comunale e il parlamento: ma mi farebbe comunque effetto che in giro per l'Italia ci siano da 20 anni 8000 piccoli caudillos, e nessuno se ne sia accorto. 

A scanso di equivoci: questa non è la mia legge elettorare preferita. Io avrei preferito il collegio uninominale a doppio turno. Ma portare a casa il doppio turno a livello nazionale era qualcosa che a nessuno era riuscita prima: tanto di cappello a Renzi, o no? Di sicuro non mi strappo le vesti perché non ci siano le preferenze anche per i capolista: ma da quando in qua la sinistra è per le preferenze? Ma non aveva sempre detto che erano strumento di clientele e corrutela? E comunque, si badi bene, Renzi non solo è riuscito a reinserire le preferenze nonostante i maldipancia di Forza Italia, ma ha messo dentro la doppia preferenza di genere e la necessità che nessun genere abbia più del 60% dei capilista e del 50% dei candidati. Un aspeeto critico sebra piuttosto il premio di maggioranza così congegnato: in caso di ballottaggio sarebbe stato più opportuno un premio con un numero di deputati in cifra fissa (per esempio: 110 deputati), perché sarebbe eccessivo che una lista che magari arrivi seconda con il 22% si ritrovi dopo il ballottaggio a governare l'Italia con il 54% dei seggi (che quella lista possa chiamarsi M5S fa ancora più paura). Con il premio a cifra fissa la lista vincente dovrebbe invece andare a trovarsi degli alleati in Parlamento dopo le elezioni. Ma di questo non parla nessuno. 

Si parla invece dello "scandalo" del premio alla lista invece che alla coalizione. Ma perché mai? Qualcuno ha nostalgia della GAD (Grande Alleanza Democratica: chi se la ricorda)? E sul fatto che un partito vinca le elezioni da solo, con un numero di seggi più elevato di quelli ad esso spettanti con un riparto puramente proporzionale: ma perché, in Inghilterra, che pure sul tema della democrazia parlamentare, che ha inventato, avrà qualcosa da insegnare al mondo, non funziona così? E questo mica impedisce al partito che ha vinto le elezioni di sostituire il primo ministro (si veda la sfiducia alla Thatcher nel 1990 da parte del suo partito, che la sostituì quindi con John Major). 

Delle due l'una: o i timori della minoranza PD rispetto al fatto che questa legge elettorale sia una minaccia per la democrazia sono eccessivi, oppure - molto più probabilmente a mio avviso - la minoranza PD sta usando questo tema in maniera strumentale nell'ambito di una guerra di logoramento a Renzi che non è certo iniziata con la legge elettorale, e che con la legge elettorale ha probabilmente poco a fare. Per sintetizzare questo lungo intervento in poche parole: ma di che stiamo parlando?

Perché il doppio turno va bene?

Politica 20/1/2014

Si dice che il doppio turno "nazionale" è cosa diversa dal doppio turno di collegio (e dunque non sarebbe altrettanto valido).

Sono due cose diverse, certamente. Ma il risultato che il doppio turno è inteso a raggiungere - il taglio delle ali e la riduzione del potere di "interdizione" dei partiti più piccoli - è il medesimo: dunque avremo la possibilità per gli elettori di scegliere maggioranze coese fatte idealmente di un solo partito, laddove il primo turno è dedicato alla rappresentanza, e il secondo alla scelta della maggioranza di governo. 

La differenza più grande è nella scelta dei signoli parlamentari: in Francia si usano i collegi uninominali, in Italia si userebbero le liste corte bloccate (che si possono anche chiamare collegi plurinominali). 

Questa differenza è sopravvalutata: è vero che nel collegio si conosce il proprio candidato, ma in una lista corta i candidati realmente eleggibili sono uno o due (forse tre, se il partito si aggiudica il premio) a seconda della grandezza dei partiti: dunque in realtà questo modello ha il merito di potere permettere l'alternanza di genere e quindi una maggiore partecipazione femminile. 

Infine, si dice, con le liste bloccate i candidati sono "paracadutati". Ma anche questo dipende: abbiamo avuto i collegi uninominali con il Mattarellum, e i candidati erano puntualmente paracadutati in nome delle coalizioni (cosa non necessaria grazie al doppio turno, poiché ogni partito va per conto suo). 

La bontà di questo modello dipende molto da come verrà interpretato dai partiti: se i partiti selezionano i candidati con primarie di circoscrizone e preferenza di genere, l'elettore consocerà i nomi di un candidato uomo e una candidata donna che saranno elette se il partito va bene, più un terzo se il partito vince, mentre nei partiti piccoli a essere eletto (se il partito ottiene un seggio) è il priimo della lista, come nel collegio. 

Mica così male, direi.

Se Renzi porta a casa il doppio turno chapeau e zitti tutti.

Politica 20/1/2014

Si apprende da Repubblica che nella bozza di accordo Renzi-Berlusconi ci sarebbe il ballottaggio: http://www.repubblica.it/politica/2014/01/20/news/legge_elettorale-76439233/?ref=HREA-1

Se Renzi chiude un accordo con Berlusconi sul doppio turno, sarà riuscito là dove i predecessori del PD hanno fallito per un ventennio: persino se il prezzo dell'accordo fossero le liste bloccate (ma corte) sarebbe un risultato semplicemente storico e di importanza fondamentale per la vita politica del nostro Paese.

Se poi riuscisse a chiudere anche sulla riforma del bicameralismo (e dunque l'abolizione del Senato come lo conosciamo), sarebbe semplicemente un trionfo.

In tal caso, Cuperlo, Fassina & co. farebbero bene a riconoscere i meriti del segretario, e dare una mano piuttosto che rimuginare (a proposito, verrebbe da dire con cattiveria: Fassina chi?...).

Alle 4 del pomeriggio Renzi farà vedere le carte che ha in mano.

Purtroppo, però, come al solito il mazzo è nelle mani di Berlusconi. Dovremo attendere che si chiuda la mano per capire se si era trattato di un bluff.

Staremo a vedere. Ma in fiduciosa attesa, per una volta.



E se nello spagnolo corretto mettessimo il ballottaggio senza secondo turno?

Diario 18/1/2014

Il titolo può legittimamente sembrare una boutade: ma non lo è.

Capisco che l'intenzione è di "correggere" lo spagnolo introducendo una ripartizione su base nazionale e una soglia del 5%, ovvero dell'8% per le coalizioni (che è un po' dire come una pasta cacio e pepe corretta, senza cacio e senza pepe).

Gli obiettivi di questo miniporcellum (finiamo di chiamarlo spagnolo), a parole, è di assicurare la governabilità e ridurre il potere di ricatto dei partiti più piccoli (pur mantenendone la rappresentanza).

Il punto è che questo ircocervo non garantirà il raggiungimento né dell'uno, né dell'altro. Se per ottenere il premio di maggioranza occorre un voto in più e rimangono le coalizioni, allora sarà naturale vedere competere (e vincere) coalizioni variegate.

Si possono ottenere i due obiettivi diversamente, pur mantenendo (ahinoi!) l'impianto scelto. La risposta è si.

Come? Eliminiamo le coalizioni dalla legge elettorale e sostituiamo quella soglia con una seconda soglia (eventuale) per il premio di maggioranza. Mi spiego con un esempio.

Mettiamo che una lista (non ci sono più le coalizioni, ricordiamolo), per prendere il premio di maggioranza debba prendere il 40% dei voti: soglia volutamente alta, che difficilmente un partito singolo riuscirà a prendere.

Se nessuno ha preso il 40% allora il premio viene dato alla lista che abbia preso più voti, eccedenti la soglia del 30%. In questo caso, però, si prendono in considerazione i "secondi voti" (tecnicamente si chiama voto alternativo o "instant run-off"). 

Che vuol dire? Un po' come per le elezioni comunali, l'elettore può esprimere contestualmente, sulla stessa scheda, due voti: uno per il proprio partito preferito, e uno ai fini del premio di maggioranza. 

Supponiamo che alle elezioni il PD prenda il 29% dei voti, SEL il 5%, i socialisti il 2%, e che tutti gli elettori di SEL e dei socialisti abbiano espresso il proprio "secondo voto" per il PD: sommando il proprio 29% al 7% degli altri partiti, il PD avrà dunque il 36% dei voti. 

Supponiamo pure che nelle stesse elezioni Forza Italia prenda il 31%, NCD, la Lega e Fratelli d'Italia l'1% ciascuno. Forza Italia, considerando anche i voti degli "alleati" (che in realtà alleati non sono, perché sono voti liberamente espressi dagli elettori), va al 34%.

Risultato, vince il PD (nonostante in termini di voti "diretti" Forza Italia ne abbia presi di più), al quale viene assegnato il premio di maggioranza, che si somma ai seggi assegnati sulla base del suo 29% (e non del 36%).

In questo modo: 1) sia il PD che Forza Italia (ovvero: i partiti più grandi) non hanno incentivi a creare delle coalizioni; 2) la proposta politica di ciascuna lista può essere ben definita, anche perché 3) i partiti più piccoli non sono penalizzati (non più di quanto non lo sia, proporzionalmente, il partito grande che non vince); 4) c'è un ballottaggio, ma non c'è un secondo turno.

Attenzione: ricordiamo che Forza Italia non vuole il doppio turno e le preferenze, ma vuole il premio di maggioranza. NCD non vuole che i partiti più piccoli vengano penalizzati. E il PD vuole che sia possibile per i partiti grandi governare senza i ricatti dei piccoli.

Tutti contenti, facile, no? Forse per questo non lo faranno mai.

Legge elettorale: calma e gesso

Politica 18/1/2014

Legge elettorale: fermi tutti, calma e gesso. 

Il PD vuole da sempre il doppio turno. 

Berlusconi non vuole il doppio turno e le preferenze. 

Sembra ci possa essere un'intesa sullo spagnolo (quindi niente doppio turno e preferenze) perché, si dice, favorirebbe i partiti più grandi a causa della ripartizione dei seggi in circoscrizioni molto piccole, con soglia di sbarramento implicita superiore al 15% (e allora il PD ci sta perché è tutelato il bipolarismo, anzi il bipartitismo). 

A queste condizioni però non ci sta Alfano, e allora lo spagnolo è "corretto" con una ripartizione su base nazionale e soglia del 5% (e dunque i piccoli partiti sono tutelati). 

Ma se la montagna deve partorire il topolino di un mini-porcellum con liste ancora bloccate e nessun meccanismo per la riduzione della frammentazione, non varrebbe la pena tenersi la legge che viene fuori dalla sentenza della Corte? O tutto questo movimento è perché non vogliono le preferenze? 

E soprattutto il PD, che muove le danze, che convenienze avrebbe da questa riforma?
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).