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Morire per l'Italicum: la battaglia della minoranza PD. Ma di che stiamo parlando?

Politica 2/5/2015

Sono appena passati il 25 aprile e il 1 maggio: date che evocano passioni e ideali di primo livello nella sinistra italiana. Ecco, quelle passioni e quegli ideali mi sembrano del tutto assenti nella battaglia della cosidetta minoranza PD. Una volta le scissioni si evocavano, con grande e sentito dolore, per questioni come i carri armati sovietici a Budapest o Praga: lì si combatteva davvero per la democrazia. Un articolo sull'opportunità di iniziare quella che sarebbe stata la seconda guerra mondiale passò alla storia per il suo titolo: "morire per Danzica?" . 

Pensando alle vicende interne del PD non posso fare a meno di pensare che l'interrogativo sia "morire per D'Attorre?". La minoranza avrebbe potuto scegliere un volto migliore per questa battaglia. Il nostro si è fatto notare per essere stato "democraticamente" imposto come Commissario del partito in Calabria (esperienza della quale non mi pare siano rimaste tracce indelebili nella storia della nostra regione) per poi essere "democraticamente" catapultato in Parlamento dopo meno di un anno - evidentemente per i meriti acquisiti sul campo - attraverso le liste bloccate che adesso tanto biasima. Meglio non parlare delle primarie celebrate allora in fretta e furia tra Natale e Capodanno... o forse si: perché o le primarie vanno bene come strumento di legittimazione dei candidati, o non vanno bene mai. E a voler parlare di primarie, forse a Renzi va dato quantomeno il merito di avere trasformato uno strumento di legittimazione ex post di scelte già fatte (Prodi, Veltroni, lo stesso Bersani), in quello che dovevano essere, uno strumento con il quale si chiede agli elettori un giudizio tra opzioni alternative. D'Attorre e chi ha condiviso con lui un pezzo di strada le primarie le ha perse, ma evidentemente non ha accettato il responso di una scelta presa in linea con le regole che il suo partito si è dato: ragione o torto che abbia, a me il "congresso permanente" non piace. Ma mi rendo conto che ho perso troppo tempo con D'Attorre, rischiando di confondere la lana con la seta, come direbbe Fuccillo (bell'articolo: http://www.blitzquotidiano.it/.../matteo-renzi-italicum.../). Questa volta, però, si è mosso Bersani. Un galantuomo, come ce ne sono pochi in giro: difficile non riconoscerlo. Però sul suo fiuto politico forse ha ragione Staino (quello di Bobo, mica un democristiano), che non è diventato renziano, ma invita Bersani ad andare ai giardinetti coi pensionati proprio per non avere capito il pericolo Renzi quando avrebbe dovuto (http://www.huffingtonpost.it/.../staino-bersani-parco...). 

Adesso finalmente ci sarebbe da dire qualcosa sulle riforme istituzionali di Renzi, che per la minoranza PD sarebbero una minaccia per la democrazia... ma chi ci crede davvero? Guardiamo a quello che è successo proprio con l'Italicum, con la minoranza PD che ha chiesto modifiche dopo la prima lettura, ottenendole, Forza Italia che ha votato entrambe, e gli uni e gli altri (perché, non dimentichiamolo: oggi la minoranza PD è sullo stesso fronte di Brunetta) si tirano indietro perché la legge che hanno votato in due letture è improvvisamente un attentato alla democrazia. Ma io mi chiedo: che credibilità e legittimazione può avere una politica che agisce così? Queste sarebbero persone da una parola sola? Avendo assistito alle vicende dell'Italicum sono più convinto di prima sull'opportunità che si superi il bicameralismo perfetto. Nel caso dell'Italicum la minoranza avrebbe posto le sue condizioni, si sarebbe votato su quel testo, senza fiducia, invece di questa pantomima, e avremmo una legge. 

Perché, peraltro, cosa pensi nel merito di questa riforma la minoranza PD io non l'ho capito mica. Marcello Sorgi ha efficacemente passato in rassegna alcune delle "giravolte" di quelli che oggi si strappano le vesti per l'attentato alla democrazia (http://romanofulvio.blogspot.sk/.../l-dei-voltagabbana-m...): non vale la pena passarle in rassegna tutte, ma fare alcune osservazioni sì. Sono abbastanza vecchio da ricordare alcune delle posizioni sulla materia elettorale del PCI-PDS-DS e poi del PD. Ce lo ricordiamo Veltroni (e non solo lui) che vagheggiava una legge che ci desse il "sindaco d'Italia"? A me l'impianto dell'Italicum sembra estremamente simile a quello della legge per i comuni sopra i 15000 abitanti: doppio turno, premio di maggioranza, liste con le preferenze. Le differenze rispetto a quel modello sono: capolista bloccati, ballottaggio non necessario per l'attribuzione del premio al 40% invece che al 50%, e impossibilità di apparentamenti e coalizioni. Davvero qualcuno pensa che la combinazione di questi tre elementi, o anche uno solo tra essi, faccia di questo modello un modello antidemocratico? Mi rendo conto che ci sia una differenza tra un consiglio comunale e il parlamento: ma mi farebbe comunque effetto che in giro per l'Italia ci siano da 20 anni 8000 piccoli caudillos, e nessuno se ne sia accorto. 

A scanso di equivoci: questa non è la mia legge elettorare preferita. Io avrei preferito il collegio uninominale a doppio turno. Ma portare a casa il doppio turno a livello nazionale era qualcosa che a nessuno era riuscita prima: tanto di cappello a Renzi, o no? Di sicuro non mi strappo le vesti perché non ci siano le preferenze anche per i capolista: ma da quando in qua la sinistra è per le preferenze? Ma non aveva sempre detto che erano strumento di clientele e corrutela? E comunque, si badi bene, Renzi non solo è riuscito a reinserire le preferenze nonostante i maldipancia di Forza Italia, ma ha messo dentro la doppia preferenza di genere e la necessità che nessun genere abbia più del 60% dei capilista e del 50% dei candidati. Un aspeeto critico sebra piuttosto il premio di maggioranza così congegnato: in caso di ballottaggio sarebbe stato più opportuno un premio con un numero di deputati in cifra fissa (per esempio: 110 deputati), perché sarebbe eccessivo che una lista che magari arrivi seconda con il 22% si ritrovi dopo il ballottaggio a governare l'Italia con il 54% dei seggi (che quella lista possa chiamarsi M5S fa ancora più paura). Con il premio a cifra fissa la lista vincente dovrebbe invece andare a trovarsi degli alleati in Parlamento dopo le elezioni. Ma di questo non parla nessuno. 

Si parla invece dello "scandalo" del premio alla lista invece che alla coalizione. Ma perché mai? Qualcuno ha nostalgia della GAD (Grande Alleanza Democratica: chi se la ricorda)? E sul fatto che un partito vinca le elezioni da solo, con un numero di seggi più elevato di quelli ad esso spettanti con un riparto puramente proporzionale: ma perché, in Inghilterra, che pure sul tema della democrazia parlamentare, che ha inventato, avrà qualcosa da insegnare al mondo, non funziona così? E questo mica impedisce al partito che ha vinto le elezioni di sostituire il primo ministro (si veda la sfiducia alla Thatcher nel 1990 da parte del suo partito, che la sostituì quindi con John Major). 

Delle due l'una: o i timori della minoranza PD rispetto al fatto che questa legge elettorale sia una minaccia per la democrazia sono eccessivi, oppure - molto più probabilmente a mio avviso - la minoranza PD sta usando questo tema in maniera strumentale nell'ambito di una guerra di logoramento a Renzi che non è certo iniziata con la legge elettorale, e che con la legge elettorale ha probabilmente poco a fare. Per sintetizzare questo lungo intervento in poche parole: ma di che stiamo parlando?

Se Renzi porta a casa il doppio turno chapeau e zitti tutti.

Politica 20/1/2014

Si apprende da Repubblica che nella bozza di accordo Renzi-Berlusconi ci sarebbe il ballottaggio: http://www.repubblica.it/politica/2014/01/20/news/legge_elettorale-76439233/?ref=HREA-1

Se Renzi chiude un accordo con Berlusconi sul doppio turno, sarà riuscito là dove i predecessori del PD hanno fallito per un ventennio: persino se il prezzo dell'accordo fossero le liste bloccate (ma corte) sarebbe un risultato semplicemente storico e di importanza fondamentale per la vita politica del nostro Paese.

Se poi riuscisse a chiudere anche sulla riforma del bicameralismo (e dunque l'abolizione del Senato come lo conosciamo), sarebbe semplicemente un trionfo.

In tal caso, Cuperlo, Fassina & co. farebbero bene a riconoscere i meriti del segretario, e dare una mano piuttosto che rimuginare (a proposito, verrebbe da dire con cattiveria: Fassina chi?...).

Alle 4 del pomeriggio Renzi farà vedere le carte che ha in mano.

Purtroppo, però, come al solito il mazzo è nelle mani di Berlusconi. Dovremo attendere che si chiuda la mano per capire se si era trattato di un bluff.

Staremo a vedere. Ma in fiduciosa attesa, per una volta.



Legge elettorale: calma e gesso

Politica 18/1/2014

Legge elettorale: fermi tutti, calma e gesso. 

Il PD vuole da sempre il doppio turno. 

Berlusconi non vuole il doppio turno e le preferenze. 

Sembra ci possa essere un'intesa sullo spagnolo (quindi niente doppio turno e preferenze) perché, si dice, favorirebbe i partiti più grandi a causa della ripartizione dei seggi in circoscrizioni molto piccole, con soglia di sbarramento implicita superiore al 15% (e allora il PD ci sta perché è tutelato il bipolarismo, anzi il bipartitismo). 

A queste condizioni però non ci sta Alfano, e allora lo spagnolo è "corretto" con una ripartizione su base nazionale e soglia del 5% (e dunque i piccoli partiti sono tutelati). 

Ma se la montagna deve partorire il topolino di un mini-porcellum con liste ancora bloccate e nessun meccanismo per la riduzione della frammentazione, non varrebbe la pena tenersi la legge che viene fuori dalla sentenza della Corte? O tutto questo movimento è perché non vogliono le preferenze? 

E soprattutto il PD, che muove le danze, che convenienze avrebbe da questa riforma?

Una proposta per il Senato Federale

Politica 16/8/2007

Da anni ormai si dibatte sulla funzione e sulla pregnanza del bicameralismo italiano, giungendosi ripetutamente all’invocata differenziazione dei ruoli per i due rami del Parlamento, situazione aggravata dall’attuale legge elettorale con riferimento al Senato, ma che sinora non ha sortito effetto di sorta.

Pare assodato che, allorquando si deciderà di porre mano alla struttura istituzionale del nostro Parlamento, al Senato spetterà il ruolo di “Camera federale”, in rappresentanza dei territori, priva della funzione politica di concedere e revocare la fiducia al Governo, e di altre prerogative riservate alla Camera dei deputati.

In attesa che le riforme che paiono godere del consenso generale, e mi riferisco in particolare all’introduzione del meccanismo della sfiducia costruttiva, siano tradotte in realtà, sembra il caso di approfondire meglio la questione del futuro Senato federale, al momento negletta dal dibattito politico.

Sulla struttura – prima ancora che sulla funzione – di un Senato federale, possono distinguersi due modelli principali, ovvero quello tedesco e quello americano.

Nel caso del Bundestag, infatti, la rappresentanza territoriale è di carattere “istituzionale”, volta a garantire la partecipazione delle istituzioni intermedie – i Länder, l’equivalente delle nostre Regioni – al processo legislativo: secondo un’arguta battuta, si tratterebbe di una sorta di Conferenza Stato Regioni “nobilitata”: nell’Assemblea tedesca, peraltro, siedono in rappresentanza dei Länder dei rappresentanti dell’esecutivo regionale che possono cambiare di volta in volta; infine, ciascun Land ha un peso diverso, principalmente in rapporto alla popolazione.

Il Senato statunitense nasce con uno spirito diverso. All’epoca rappresentava la garanzia per ogni Stato che andava a fondersi nell’Unione, che questa non ne avrebbe annullato le prerogative, e, replicando le tesi sposate con la scelta di una democrazia rappresentativa fondata su “checks and balances”, che nessuno Stato, per quanto grande, popoloso, ricco, avrebbe “soggiogato” gli altri in virtù dei rapporti di forza. Per tale ragione ancora oggi nel Senato americano siedono, in rappresentanza di ciascun Stato, sia esso il più piccolo o il più grande, due Senatori che godono delle medesime prerogative e dei medesimi poteri di voto. Peraltro, a differenza del modello tedesco, i senatori non rappresentano lo Stato come istituzione, ma come società, ovvero il corpo elettorale sottostante, per cui la loro elezione avviene a suffragio universale e diretto da parte dell’intero Stato rappresentato, per l’occasione coincidente con il collegio elettorale. La durata dei mandati è sfasata, sicché in tempi diversi è tutto il corpo elettorale a votare ciascuno dei due senatori. Ciò permette – tra l’altro – al Senato di mutare nella sua composizione senza che vi sia tuttavia soluzione di continuità: a differenza della Camera dei Rappresentanti, il Senato è alla sua prima e unica legislatura, in quanto non è mai stato rinnovato per intero, e rappresenta la continuità nell’estremo dinamismo della democrazia americana.

Ciascuno dei due modelli ha i suoi punti di forza, e bisogna considerare che il mondo politico non fa mistero di preferire il primo, per una serie di motivi: probabilmente perché se ne ha una maggiore conoscenza in virtù anche della vicinanza geografica; per ragioni di coerenza perché meglio si adatterebbe (in astratto) alla scelta del modello tedesco tout court, relativamente anche alla divisione dei poteri tra le due Camere e alla scelta della legge elettorale per la Camera dei Deputati; senza considerare che l’elezione di secondo livello dei senatori, propria del modello tedesco, frappone un diaframma tra il corpo elettorale e l’eletto tale da non comportare l’immediata necessità di rispondere ai rappresentati, il che può essere intuitivamente attrattivo per il politico da una parte, ma che più nobilmente può rappresentare una risorsa in quanto garantirebbe al Senato quella funzione di Camera di “raffreddamento” o “decantazione” che era stata progettata inizialmente dai Padri Costituenti. Si rammenti infine che tale modello garantirebbe maggiore visibilità e potere di interdizione alle Regioni, sancendo l’adozione da parte del nostro Stato di un assetto autenticamente federalista.

D’altro canto il modello americano presenta il vantaggio di rappresentare i territori –o meglio, le loro popolazioni – direttamente, e non già per il tramite delle istituzioni rappresentative di queste, coniugando la “accountability” con la continuità garantita dalla lunghezza del mandato. Fattore molto importante è poi quello della pari importanza dei senatori: un contesto come il nostro, assai più disomogeneo di quello tedesco occidentale all’indomani della seconda guerra mondiale, presenta in questo senso molte più somiglianze con la situazione degli Stati Uniti all’epoca della fondazione, per la contrapposizione tra Nord e Sud in virtù del diverso peso demografico e della differente composizione economica e sociale delle due macroaree.

Nel nostro Paese il peso schiacciante di alcune regioni per popolazione, ricchezza, centralità geografica rispetto alle grandi direttrici europee, e per altre innumerevoli ragioni, rende l’idea stessa di federalismo ostile e temuta per tutto il resto della nazione, rappresentando (soprattutto negli anni scorsi, ma non è da escludersi che il fenomeno si riproponga) la possibile linea di frattura della stessa unità nazionale, arma brandita più meno consapevolmente – e irresponsabilmente – da diverse forze politiche a fini strumentali, per guadagnare consensi della parte più ricca del Paese, che vede nella configurazione attuale dello Stato unitario viceversa un capestro intollerabile.

L’adozione del modello statunitense, almeno in alcuni suoi tratti, permetterebbe di disinnescare la mina sovversiva della rinuncia all’unità statuale, permettendo un compromesso che salvaguardi le ragioni dei più deboli, e l’anelito di autonomia dei più forti.

Perché questo compromesso sia raggiunto non già per mere esigenze di breve periodo, o per calcoli elettoralistici, me per rispondere ai bisogni del Paese in modo duraturo, potrebbe opportunamente proporsi un modello che coniughi i pregi di entrambi quelli presi in considerazione, in particolare prevedendo che il futuro Senato per metà sia composto secondo le modalità di un tipo, e l’altra metà secondo quelle dell’altro.

Agendo sull’art. 57 Cost., se ne dovrebbe abrogare il quarto comma e modificare il terzo, che oggi prevede “Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiori a sette; il Molise ne ha due, la Val d’Aosta uno”; diversamente dovrebbe statuirsi che “Ciascuna Regione ha un numero di senatori pari a sei; il Molise ne ha due, la Val d’Aosta uno”.

La variazione più corposa interesserebbe l’art. 58. L’attuale primo comma dovrebbe essere così integrato “La metà dei senatori spettanti a ciascuna Regione è eletta da ciascun Consiglio Regionale con mandato biennale. Per la restante metà i senatori sono eletti a suffragio universale diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Il senatore della Valle d’Aosta è eletto a suffragio universale diretto”. L’attuale secondo comma andrebbe invece preceduto dal seguente, ricalcato sull’Art. 1, Sezione 3 della Costituzione Americana: “I Senatori eletti a suffragio universale in ciascuna Regione sono divisi in tre classi. I seggi dei Senatori della prima classe diverranno vacanti allo scadere del secondo anno, quelli della seconda classe allo scadere del quarto anno, quelli della terza allo scadere del sesto anno, in modo che ogni due anni venga rieletto un terzo dei Senatori eletti a suffragio universale in ciascuna Regione. Alla scadenza di ciascuno di tali termini biennali cesserà parimenti il mandato dei Senatori eletti dai Consigli Regionali”.

Per il Trentino Alto Adige potrà prevedersi che ciascuna delle province autonome elegga un senatore a suffragio universale, e che il terzo venga eletto a suffragio universale dall’intera regione; parimenti potrà prevedersi che ciascun consiglio provinciale elegga un proprio senatore, e che il terzo sia eletto dai Consigli provinciali in seduta comune.

Il Senato siffatto conterebbe di 111 seggi, salvo quelli di senatori a vita (da ridurre preferibilmente a 3), eletti nella circoscrizione estero (da ridurre a 3 anch’essi)  ed ex presidenti membri di diritto. Ragionevolmente potrebbe aspettarsi un Senato composto da circa 120 senatori.

Una riforma siffatta avrebbe una serie di pregi. In primo luogo la tanto rincorsa “riduzione dei costi della politica”, per mezzo della riduzione degli organici; peraltro un Senato ridotto nel numero potrebbe garantire una maggiore selezione degli eletti.

Tale metodo d’elezione assegnerebbe agli Enti Regione la possibilità, per significare le proprie istanze all’interno del procedimento legislativo, di disporre di propri rappresentanti in numero pari a quasi la metà degli eletti (55). La scelta di affidare all’organo Consiliare, anziché alla Giunta, il compito di designare i rappresentanti della Regione, è dettata dal fatto che nell’assemblea consiliare si affermerebbe prevedibilmente la prassi di riservare uno dei tre seggi alla minoranza, in modo tale da evitare che elezioni locali possano determinare cambiamenti rilevanti a livello nazionale (il cambio di guardia in una Regione determinerebbe uno scarto di un senatore anziché di tre a favore dell’uno o dell’altro schieramento a livello nazionale).

Anche in termini di fattibilità concreta siffatta architettura istituzionale dovrebbe presentare aspetti di favore per gli attori politici e istituzionali.

Dal punto di vista delle Regioni, introdurrebbe una loro forma di rappresentanza nel circuito legislativo. Le popolazioni settentrionali vedrebbero sancito il federalismo tanto agognato. Quelle meridionali dovrebbero vedere stemperati i loro timori da un meccanismo elettivo che li premia in termini di rappresentanza. I partiti politici che temono l’introduzione del modello tedesco per via della tendenza di quel sistema elettorale a marginalizzare le ali estreme degli schieramenti vedrebbero nella “costituzionalizzazione” di un maggioritario uninominale, a base regionale, la garanzia di non poter essere estromesse definitivamente dai giochi politici. Le forze a favore dell’introduzione del modello tedesco vedrebbero viceversa in questo sistema un primo passo verso la meta da loro desiderata.

Il Paese, dal canto suo, guadagnerebbe in moderazione politica, potendo contare su una Camera libera dai condizionamenti determinati dall’impellenza delle consultazioni elettorali, che riguarderebbero di volta in volta solo una parte dei senatori, conferendo all’intero sistema moderazione e continuità, doti di cui il nostro sistema purtroppo oggi difetta.

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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).