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Riflessioni in libertà sul referendum sulle trivelle

Politica 16/4/2016

Da domani, a sentire la propaganda referendaria, i fiumi e il mare cesseranno di essere inquinati, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno; ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno (per i meno giovani: cit. Lucio Dalla, l'anno che verrà). 

Intendiamoci: io credo che se una cosa é da "rottamare", nel nostro Paese e non solo, questa è la dipendenza dalle energie fossili. Ma questo si fa con politiche serie per la coibentazione dei nostri edifici (pubblici e privati), con la promozione delle ciclabili e del trasporto su ferro, con i disincentivi per l'acquisto e l'uso delle auto, e ovviamente con la promozione delle rinnovabili. Per esempio quello che fanno (certo con altri mezzi finanziari) in Norvegia, ma in misura minore anche in Germania, Olanda, Danimarca.... 

Ma domani si vota su questo? Questo è un programma di governo, non un quesito referendario. Infatti il quesito di domani chiede altro all'elettore. Leggetelo prima di apporre la croce sul sì o sul no. Il referendum di domani non sposta di una virgola questi problemi. All'elettore si chiede solo se voglia che in deroga a una regola generale che vieta nuove esplorazioni entro le 12 miglia, alla scadenza delle 26 (ventisei) concessioni, spesso tra 20 anni, le piattaforme debbano essere chiuse o rimanere in attività sino a esaurimento dei pozzi. Nota bene: se tra 20 anni i pozzi saranno chiusi, molto probabilmente il metano mancante verrà comprato altrove, e la decisione di domani avrà un impatto diretto pressoché nullo sulla struttura dell'offerta energetica in Italia.

Francamente mi avvilisce lo sdegno delle nuove vestali della democrazia diretta, che in maniera altrettanto sguaiata si strappano le vesti dinanzi allo scandalo dei "sacrileghi" appelli al non voto, e gridano "onestà" sul sagrato di una chiesa invece di attenersi al pudico silenzio che è dovuto al lutto. Il paragone non è casuale: perché in entrambi i casi ci si attiene alla forma di un rito per stravolgerne la sostanza. Se al voto referendario si attribuisce un valore simbolico che non corrisponde alla realtà dei fatti, si ingannano i cittadini-elettori, che vengono fraudolentemente privati della possibilità di incidere sulle vere scelte della politica. Di conseguenza viene meno la fiducia degli stessi cittadini nell'istituto referendario, e in buona sostanza se ne svilisce il significato, e il referendum diventa plebiscito: non già strumento di democrazia diretta per determinare le scelte, ma strumento di ratifica di posizioni politiche prese altrove. In breve: un atteggiamento intellettualmente disonesto.

Ma c'è una cosa che mi fa sorridere. Tra quelli che oggi si scandalizzano di quanti fanno campagna per l'astensione c'è n'è uno che ha fatto della mistificazione della realtà un'arte negli ultimi venti anni, e non mi stupiscono ora i suoi proclami. Quel signore era lo stesso per cui le vestali della democrazia esprimevano schifo e disgusto, tanto da condannare per empietà e chiara evidenza di disonestà (intellettuale e non solo) chi provasse a trattare con lui da posizioni diverse, come si fa in politica, e magare siglare persino patti (del nazareno) da avversari. Adesso che il nostro grida sdegnato a favore del referendum nessuno si gira a guardarlo con disgusto e a sputare sul terreno su cui posa i piedi.

Mi piace pensarli così, questi nuovi farisei: a gridare "onestà" con le mani candide alzate al cielo sul sagrato del tempio, e in mezzo a loro, che grida e agita le mani allo stesso modo, un uomo anziano in doppio petto e maglietta nera, che evidentemente passa inosservato grazie ai vistosi occhiali da sole che porta a causa di una fastidiosa uveite.

Buon voto a tutti.

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permalink | inviato da PoliticaMente il 16/4/2016 alle 19:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).