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La posizione del Pd rispetto al referendum sulla legge elettorale

Politica 29/3/2009

E' bello ascoltare il discorso di un avversario politico e non finire per essere pieni di livore nei confronti di qualcuno che senti essere esponente di un mondo inconciliabile col tuo; ma piuttosto potersi soffermare su degli interessanti spunti di riflessione che siano almeno in parte condivisibili e come tali devono stimolare la propria parte politica a rispondere con un messaggio politico all'altezza e di simile portata.
Sia detto a merito dell'uomo, questo è successo, a me e a tanti di sinistra, ascoltando il discorso di Fini al congresso del Pdl.

Tra le tante cose che Fini ha detto, una riguardava la posizione che il PdL dovrà assumere rispetto al prossimo referendum elettorale, e che a suo parere dovrà essere di sostegno al si. Tema, questo, passato sinora sotto silenzionel dibattito politico italiano, anche perché era stato di fatto la mina su cui era saltato il governo Prodi e su cui potrebbe saltare qualsiasi governo, persino l'attuale.

Ma qual è la posizione del Pd? La sua (sia pur breve) storia e la sua "vocazione" dovrebbero imporgli di esprimere, già ora, una posizione ferma e chiara, che sia coerente con quelle tenute finora e con la posizione assunta anche sulla legge elettorale per le europee.

Il Pd nasce con la prospettiva di essere una colonna di un sistema bipartitico: non può essere contrario al referendum. Certo, il sistema che uscirebbe dal referendum è da democrazia della clava, ma l'errore è nell'impianto iniziale del Porcellum.

Una soluzione politica c'è: che il PD leghi il federalismo oltre alla Bozza Violante, all'adozione del modello spagnolo, secondo quanto inizialmente proposto. Circoscrizioni provinciali con voto proporzionale limitato alla circoscrizione e sbarramento (in pratica solo per le circoscrizioni/province più grandi) del 3-5%.

Su una legge simile, che favorisce grandi partiti e quelli a forte radicamento regionale, sarebbero d'accordo almeno 3 dei 5 presenti in Parlamento (PD, PdL e Lega). Se vogliono la legge si può approvare in un paio di settimane, e il referendum di giugno salta.

A garanzia del governo si può dire che la legge entra in vigore a partire dal 2011 o dal 2012.

Il PD su questo ha il dovere di prendere l'iniziativa.

Proposte per il PD della Piana di Gioia Tauro

Calabria 28/3/2009

Ho sempre avuto l'idea, oggi un po' fuori moda, che il Partito debba "farsi" società e non limitarsi ad interagire con essa solo per conquistarne il consenso necessario per entrare nelle istituzioni.

Essere società significa agire per e nella vita di ogni giorno dei cittadini a prescindere, prima e accanto della conquista di una posizione di governo.
Per questa ragione un partito, in questa visione, dovrebbe essere un grande laboratorio ideale dove gli ideali, una volta elaborati, vengono sperimentati nell'agire pratico ed eventualmente estesi "erga omnes", come trama su cui costruire l'azione di governo, una volta che il competente livello di governo è stato conquistato.

In quest'ottica mi sentirei di aggiungere alle proposte lanciate da Francesco altri due punti che chiedo a lui (o a chi se ne voglia fare carico) di proporre all'assemblea. Mi sembra di poter leggere sottotraccia nelle proposte sin qui lanciate l'intenzione di fare innalzare al PD il vessillo della tutela e dell'affermazione della legalità. Benissimo.
A questo poposito propongo di veicolare il messaggio in forme nuove, e dunque non solo in parole,ma anche in azioni:

1) presso il PD si potrebbe aprire un "osservatorio sui beni confiscati alla mafia".
Esiste una legge, la 109/1996, che dice come i beni della mafia, una volta confiscati, vengano assegnati ai comuni, i quali possono a loro volta darli in disponibilità ad enti associativi che ne facciano un uso a vocazione sociale.

Ebbene, sull'applicazione pratica di questa legge c'è più di qualche ombra. Molti di questi beni rimanfono infatti non assegnati a tale "uso sociale", spesso per il contrasto delle stesse famiglie mafiose che riescono ad influenzare la loro gestione all'insegna del "se non io, nessun altro". Altre volte invece la loro gestione è più difficile perché ad esempio non è confiscato un bene nella sua interezza ma solo una sua parte, ed è impossibile assegnarlo. Purtroppo non c'è però nessuno che sensibilizzi l'opinione pubblica a tale riguardo, e di conseguenza si finisce per ignorare il problema finché giornalisti poco preparati sparano nel mucchio per "fare notizia", senza nessuna utilità alla causa.

Tale osservatorio, aperto anche a chi del PD non è, dovrebbe avere compiti invero molto semplici: da una parte dare pubblicità agli elenchi dei beni, che già sono pubblici, ma poco conosciuti (date un'occhiata a qesti elenchi e vi sorprenderete di quanti beni del genere esistono a poca distanza da casa vostra senza che lo sappiate: http://spreadsheets.google.com/pub?key=pVnnir-PumPxnV3gMhLCZFw  e http://spreadsheets.google.com/pub?key=pVnnir-PumPzcPgQhWJJ1eA); in buona sostanza si tratta di un'opera di documentazione, da svolgere allestendo un sito internet, con magari foto, piantine etc.
In secondo luogo, sensibilizzata l'opinione pubblica, l'osservatorio potrebbe assistere i comuni nel "pensare insieme" una possibile destinazione dei beni, e assistere le associazioni interessate nel procedimento.

2) Quando mi trovo a spiegare i perché della mafia (rectius della ndrangheta) alla gente che non proviene dalla nostra terra dico sempre che il problema principale è la mancanza di Stato. Lo diceva già Santi Romano, sul nostro terreno insistono due ordinamenti giuridici, e quello statuale è soccombente. Lo Stato cerca di esercitare un monopolio della forza che dovrebbe avere e non ha nei confronti di una popolazione che, vedendolo lontano, lo sente ostile. Forse esagerando, possiamo dire che per certa gente le volanti della polizia sono come gli americani in Vietnam (o in Iraq oggi).Quando ci sono loro hanno il potere, ma appena se ne sono andati il potere lo riprendono gli altri.

Noi che crediamo che un altro Sud sia possibile dobbiamo lavorare sulla percezione dello Stato perché si capisca che non è un nemico dei suoi cittadini.
Per esempio istituendo un secondo osservatorio, "sull'imprenditoria giovanile".
Sono in tanti i giovani che vorrebbero fare impresa, ma si scontrano sempre con innumerevoli difficoltà, per prima il reperimento del capitale. Esistono delle leggi però che incentivano l'imprenditoria giovanile e femminile.
Mi si dirà che esistono anche dei soggetti che su base professionale aiutano chi voglia accedere a quei fondi. E' vero, ma l'osservatorio non dovrebbe rubare loro tali compiti. Dovrebbe piuttosto cercare di capire la società in cui siamo immersi per aiutarla a crescere. Si potrebbe partire dalle scuole per capire quanti ragazzi vorrebbero fare impresa, di che tipo, con che idea e background alle spalle. Capire poi in quanti arrivano al raggiungimento dell'obiettivo, e il perché ci siano arrivati, e perché gli altri no; cercare di capire appunto dove si dovrebbe intervenire per rendere questi strumenti di agevolazione più effettivi per aiutare a crescere un'economia sana. Si potrebbe sensibilizzare questi futuri imprenditori a dare alle loro imprese finalità anche "etiche" quali la crescita del territorio e la volontà di volersi ribellare al pizzo, stimolando lo sviluppo di circuiti di consumo consapevole che sostengano queste realtà economiche. Come si vede si tratta di cose completamente diverse da quelle che fanno e possono fare i "tecnici" che curano "le pratiche burocratiche" per l'ottenimento dei fondi. E si tratta di cose che si possono fare bene anche con il loro aiuto.

Di certo per entrambe le proposte non so come dovrebbero essere strutturate nella pratica, non ho nessun libretto delle istruzioni, ma di certo si tratta di idee sulle quali si potrebbe iniziare a lavorare anche a costo di fare degli errori iniziali, scoprendo la giusta via da seguire strada facendo.



permalink | inviato da PoliticaMente il 28/3/2009 alle 22:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).