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Tornare al Mattarellum?

Politica 27/11/2013

Nel corso di una manifestazione televisiva (http://www.asca.it/news-Legge_elettorale__Renzi_apre_al_Mattarellum_secondo_Barbera-1339217.html) Renzi ha proposto di tornare al Mattarellum, con un correttivo: il 25% proporzionale (senza più scorporo, evidentemente) sevirebbe a garantire il premio di maggioranza se nessun partito riuscisse a raggiungere la maggioranza con i seggi uninominali.

Forse sarebbe meglio con un doppio turno, per evitare coalizioni eterogenee... ma va bene anche così. Purché la facciate, e velocemente.

Referendum sulle grandi intese?

Politica 27/11/2013

In Germania la SPD consulta la base con un referendum sull'accordo trovato con la CDU, messo nero su bianco in un testo di 173 pagine, e giustamente c'è chi si domanda perché non sia possibile farlo anche da noi (http://www.ciwati.it/2013/11/27/un-referendum-tra-gli-iscritti-sulle-larghe-intese/).

Avanzo un'ipotesi: siamo ancora in tempo per celebrare questo referendum. Dopo l'8 dicembre il PD avrà una nuova classe dirigente, NCD avrà preso il posto del PdL con un nuovo leader, e persino Scelta Civica si è riorganizzata nel frattempo. Avrebbe senso negoziare i nuovi termini del programma di governo della coalizione prima di natale chiarendo nero su bianco obiettivi, strumenti e termini temporali, e - per quanto riguarda il PD - consultare la base con un referendum a gennaio.

Così, per vedere l'effetto che fa.

Decadenza (e déjà-vu)

Politica 27/11/2013

Guardando le notizie questa mattina non ho potuto fare a meno di pensare: il 27 novembre rimarrà nei libri di storia come un nuovo 25 luglio, data simbolica a chiusura di un ventennio? Ed Alfano, passerà alla storia come un nuovo Dino Grandi? Ma soprattutto, ricordandomi che Putin era a cena a casa del decadente l'altra sera, mi sono detto: vuoi vedere che la storia si ripete tale e quale, ed è venuto a prenderselo con il suo aereo a Palazzo Grazioli, come fecero i tedeschi sul Gran Sasso?

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La realtà parallela de il Giornale (questa volta: sul PD a pezzi mentre il PdL si scinde per l'ennesima volta)

Politica 21/11/2013

La mattina seguo, come la maggior parte degli italiani, la rassegna stampa in tv.

Immancabilmente rimango stupefatto dinanzi ai giornali che gravitano attorno alla famiglia Berlusconi: titoli e articoli sono invariabilmente diversi da quelli su cui "convergono" gli altri organi di stampa. 

Oggi sulla prima del Giornale si poteva leggere "PD a pezzi" (sulla Padania: "implode il PD"), in relazione al voto sulla Cancellieri, in occasione del quale - a onor del vero - il PD ha votato in maniera compatta, nonostante una non banale divergenza di opinioni al suo interno alla vigilia del voto.

Tutto questo a cinque giorni di distanza dall'ennesima scissione del PdL. 

Da quando il PD è stato fondato, nessuna scissione ha avuto luogo, e a lasciare sono stati personaggi - politicamente - minori, del calibro della Binetti. 

Nello stesso periodo si sono registrate due scissioni maggiori (oltre a FLI e NCD si ricordano perlomeno la lista 3L di Tremonti, Grande Sud di Micciché, Io Sud di Poli Bortone,  GAL, etc.) nel PdL, che nel frattempo è anche stato sciolto per lasciare il passo a Forza Italia. 

Hanno lasciato uomini simbolo dell'epopea berlusconiana del calibro di Fini, il socio ed erede di sempre nonché già presidente della Camera, Alfano, il sempiterno delfino, Tremonti, il ministro dell'Economia durante quasi tutta l'epopea di governo berlusconiana, Schifani, già presidente del Senato e capogruppo del PdL nella stessa aula nonché simbolo della Sicilia berlusconiana, Micciché, altro artefice dello storico 61 a 0 in Sicilia, Formigoni "il Celeste" presidente della Lombardia-simbolo del berlusconismo per un ventennio, Lupi, cinghia di trasmissione con compagnia delle Opere, Mauro, altro uomo di CL e volto del berlusconismo in Europa, Cicchitto, pretoriano da trincea della prima ora, La Russa... e ci fermiamo qua per carità di patria.

Non si vuole peraltro infierire pensando alle "scissioni" da alleati che formalmente non hanno mai fatto parte del PdL, ma che erano parte della "granitica" Casa delle Libertà e gradualmente hanno abbandonato: l'UdC di Casini e Buttiglione, la Lega, Storace e la Destra (di cui fu peraltro candidata alla carica di premier la Santanché, all'epoca in cui non era un falco di Silvio, ma diceva di lui peste e corna).

Nonostante questo, da anni, il cittadino medio, se interpellato, dirà che il PD non è adeguato per governare "perché si dividono sempre". E nonostante l'evidenza dei fatti, è la realtà che emerge da giornali come Libero o il Giornale, e che poi riesce a "tracimare" sugli altri organi di informazione.

Il sentire comune di questi due ultimi decenni sarebbe stato possibile senza questa sistematica manipolazione della realtà? Ed è legittimo questo uso dell'informazione? Si tratta ancora di organi di informazione, o non sono piuttosto semplicemente organi di propaganda?




Le riforme istituzionali dopo la fine delle grandi intese

Politica 19/11/2013

Le grandi intese sono finite, ma la necessità di porre mano a una seria riforma dell’impianto istituzionale non è certo venuta meno. La questione è dunque se vi siano ancora i margini per produrre qualche risultato in questa legislatura.

La legge costituzionale per l’istituzione di un comitato per le riforme è ancora all’esame del Parlamento, e non è chiaro se la rinata Forza Italia avallerà il quarto e ultimo voto favorevole della Camera: se così non fosse, infatti, la legge costituzionale potrebbe essere sottoposta a referendum e tutto rimarrebbe di fatto bloccato sino a giugno. Di conseguenza, a quel punto sarebbe meglio fare fallire la legge per l’istituzione del comitato per le riforme e procedere per le vie ordinarie previste dall’articolo 138 della Costituzione.

Fatta questa premessa, occorre valutare la questione nella sostanza: conviene a qualcuno fare le riforme nella coalizione delle piccole intese? E se si, quali?

Ebbene, forse non è ancora emerso nella sua chiarezza, ma un inaspettato effetto della scissione del PdL potrebbe essere l’allineamento degli interessi dei membri della maggioranza con riferimento alla legge elettorale. La preferenza del PD per un sistema a due turni, nelle varianti “alla francese” o “sindaco d’Italia” è da sempre nota. Il problema sinora insormontabile è invece stato sinora rappresentato dalla preferenza del centrodestra per un sistema a turno unico. Ma le cose sono cambiate.

Benché Berlusconi oggi parli di un’alleanza elettorale tra Forza Italia e il NCD, Alfano non ha nessuna garanzia che ciò avvenga, e, soprattutto, che in questo caso la leadership sarebbe soggetta a una contesa aperta tra lui e quello che sembra al momento il suo vero competitor: Fitto. Un sistema a due turni garantirebbe ad Alfano la possibilità di avere delle primarie per la leadership del futuro centrodestra, se non nei gazebo, direttamente nelle urne.

Alfano avrebbe interesse, come del resto Letta, ad aderire all’offerta di Renzi di riformare la legge elettorale per permettere l’elezione del “sindaco d’Italia”, in quanto questo progetto richiederebbe necessariamente alcune riforme costituzionali “di contorno”: in primo luogo il conferimento della competenza a dare e ritirare la fiducia al Governo alla sola Camera dei deputati; in secondo luogo, a completamento della prima riforma, si potrebbe ottenere un consenso all’interno della maggioranza sulla “regionalizzazione del Senato”, sull’introduzione della sfiducia costruttiva, e sulla riduzione del numero dei parlamentari che, almeno a parole, tutti sembrano volere.

Per realizzare queste riforme costituzionali sarebbero necessari dai sei ai nove mesi almeno. Considerando infatti che – nell’ipotesi in cui il Comitato per le riforme non venga istituito – tra i due voti di ciascuna camera debbano passare tre mesi, e che tre mesi sono a disposizione di quanti vogliano chiedere che venga indetto un referendum, se tale processo non si completa entro giugno, il primo momento utile per celebrare il referendum costituzionale sarebbe settembre. Solo successivamente potrebbero essere tenute le elezioni politiche.

Come convincere Renzi ad aspettare un anno, però? Approvando immediatamente, entro gennaio, la legge elettorale, in modo da potere andare rapidamente alle urne qualora necessario. Come? Già si è detto del modello “sindaco d’Italia” (sul quale potrebbe raggiungersi un accordo): tecnicamente si tratta di una modifica semplice del Porcellum: il premio già previsto dall’attuale legge elettorale viene assegnato alla lista (o alla coalizione) che ottenga la maggioranza assoluta dei voti; se al primo turno nessuno ottiene tale maggioranza, le due liste o coalizioni più votate vengono ammesse al secondo turno.

Il problema riguarda piuttosto l’elezione dei singoli parlamentari: come procedere in questo caso? Vasta parte del PD vorrebbe un sistema basato sui collegi uninominali (preferibilmente a doppio turno), mentre altra parte e le altre forze della maggioranza preferirebbero le preferenze.

Esistono in altri Paesi sistemi in cui il voto di collegio e le preferenze vengono variamente combinati: il più famoso è il caso tedesco, del quale qui si propone una variante, per la Camera dei deputati.

Parte dei seggi potrebbe essere assegnata direttamente in collegi uninominali (a doppio turno), mentre la restante parte sulla base delle preferenze ottenute nelle circoscrizioni. In ciascuna circoscrizione (corrispondenti alle attuali province) le liste sarebbero composte dai candidati della lista in ciascun collegio, e da altri candidati per la quota circoscrizionale, fino al raggiungimento del numero massimo consentito di candidati.

L’elettore avrebbe dunque due voti (e potenzialmente due schede): uno per il collegio uninominale, e uno per la quota circoscrizionale, dove avrebbe la possibilità di indicare una preferenza (o due, con quella di genere). Al secondo turno l’elettore avrebbe nuovamente la possibilità di scegliere tra i candidati per l’elezione al collegio (qualora nessuno abbia raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno) e le liste o coalizioni, ma senza preferenze (anche in questo caso, qualora nessuno abbia raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno).

Mentre le circoscrizioni corrisponderebbero alle province, come determinare i collegi? L’intervento del Governo, con decreto legislativo, sarebbe necessario. Però il Governo non potrebbe che intervenire successivamente alla riduzione del numero dei Parlamentari e dunque al referendum costituzionale. La legge delega potrebbe pertanto dare al Governo mandato di individuare i collegi in numero pari alla metà dei seggi da attribuire, fatta salva una clausola di salvaguardia sino all’adozione del decreto legislativo (e/o alla celebrazione del referendum costituzionale): sino ad allora i collegi sarebbero in numero di 232, e corrispondenti a quelli utilizzati per l’elezione del Senato della Repubblica in costanza del vecchio “Mattarellum” (fatta salva la necessità di verificare se siano necessarie modifiche alla luce dell’ultimo censimento).

Per il Senato, più banalmente, si propone in via temporanea l’abolizione del premio di maggioranza e la (re-)introduzione delle preferenze in vista della sostituzione del suffragio universale diretto con l’elezione indiretta dei senatori da parte dei Consigli Regionali e dei Consigli delle Autonomie locali.

Mi sembra una proposta modesta e ragionevole. Chissà che qualcuno non voglia darvi ascolto.




permalink | inviato da PoliticaMente il 19/11/2013 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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"[...] In fondo, andarsene dove ci sono più spazio e più occasioni è una scelta semplice: basta bruciarsi i ponti alle spalle e non voltarsi mai indietro. Quanto alle radici, be', quello è un altro discorso. Non c'è chirurgia che riesca ad amputarle per sempre. E spesso, quando meno te l'aspetti, si avvia il loro lento, inesorabile moto verso le origini. [...] Ma quando sei nato in provincia, non puoi barare con la provincia. Non c'è altro luogo dello spirito che sappia essere, al contempo, così rassicurante e oppressivo. Così ricco di antagonismo e di condivisione. In provincia, la memoria individuale non esiste: per vocazione o necessità è collettiva. I miei ricordi coincidono con quelli di tanti della mia generazione".

Giancarlo De Cataldo, magistrato di corte d'assise a Roma e scrittore (autore tra l'altro di Romanzo Criminale).