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Abolire il premio di maggioranza

Giustamente inizia ad estendersi lo sdegno - insieme alla consapevolezza - derivante da una legge elettorale vergognosa e antidemocratica: persino i grillini reclamano il ritorno delle preferenze (!!!).

Quello che stupisce è che nessuno parli del vero problema di questo sistema: il premio di maggioranza. Incorrerebbe in errore chi pensasse che si tratti di una novità nella storia politica e costituzionale del nostro Paese. Un premio di maggioranza era previsto dalla legge Acerbo del 1923, che aprì le porte del potere al fascismo; ed un premio di maggioranza era presente nella legge elettorale del 1953 che fu fieramente avversata dalle forze di opposizione proprio per questo motivo, passando alla storia come "legge truffa".

Quello che ha accomunato questi meccanismi legislativi atti a forzare la volontà popolare era il tentativo di rafforzare ulteriormente il potere del partito di maggioranza relativa, conferendo allo stesso la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Possono sembrare sofismi per appassionati di politica, ma l’alterazione dei sistemi elettorali è il presupposto per il sabotaggio della democrazia; non a caso la resistenza contro la legge truffa nel 53 fu feroce, perché la gente aveva memoria di cosa fosse stato il regime fascista: nel 1923, infatti, proprio la legge Acerbo aveva dato inizio al ventennio mussoliniano, e la legge Calderoli (meglio nota come “Porcellum”) ha aperto la strada alla fase finale di un berlusconismo decadente e putrescente.

Il ricorso ad un proporzionale con premio di maggioranza e senza preferenze ha permesso di tenere in vita artificiosamente, pur in assenza di solidi riferimenti ideali, delle formazioni di potere (arduo definirle politiche o partiti) funzionali ad una serie di obiettivi di limpida chiarezza: da una parte l’inveramento di una rappresentazione semplificata e manichea della realtà (“i buoni” del suo universo da una parte, i cattivi dall’altra), dall’altra l’asservimento dell’intero ceto politico. Quest’ultimo, in particolare, si è potuto realizzare mediante l’identificazione dell’intera formazione con il leader, i cui componenti e candidati sono anonimi figuranti cui viene prestata la maschera del candidato premier; di coseguenza le capacità (anche solo di raccogliere preferenze) del singolo candidato non contano più, in quanto su di esse fa premio la “fedeltà” (il servilismo?) al leader.

La ribellione contro l’eliminazione delle preferenze sta facendo strada nei discorsi dei politici e della gente comune. Del premio di maggioranza, però, non parla nessuno: perché? Forse perché fa comodo a molti, ma di sicuro è altrettanto nefasto per la qualità della nostra democrazia.

La regola del premio di maggioranza è: chi ha un voto in più vince, e vince la maggioranza assoluta dei seggi (anzi, ben più di questa). Ma non vince la maggioranza, vince solo una minoranza relativa, una minoranza, cioè, che è solo meno minoranza delle altre. Si dirà che in fondo funziona così anche nel sistema maggioritario inglese o americano: ma è un paragone che non tiene: nel collegio la visibilità del candidato sul territorio in qualche misura tempera l’asprezza della competizione nazionale, perché appunto non è solo a livello nazionale (e mediatico).

In Italia, ormai, il voto diventa un’ordalia tra truppe nemiche che non si confrontano in nome delle proprie idee, ma si scontrano in vista del risultato finale. Da un punto di vista pratico, di “marketing politico”, è più importante raccattare alleati impresentabili da mettere dentro la lista e acuire le differenze che lavorare sui quei punti in comune con le altre forze che in Parlamento potranno rappresentare la base per un’intesa politica.

Dunque il premio di maggioranza fa comodo ai partiti maggiori e ai loro dirigenti che godono di una rendita di posizione che deriva dall’impossibilità di prescindere da loro per potere ottenere il premio di maggioranza (di cui godono anche i partiti più piccoli alleati). Per contestualizzare, una forza di centro oggi può anche cercare di aumentare i suoi voti, ma senza allearsi ad uno dei due partiti maggiori non può raggiungere il governo del Paese.

Il legislatore del 2005 è stato ben accorto nell’evitare che la parola “preferenza” fosse presente, anche solo una volta, nel testo della legge elettorale. Teoricamente per fare tornare le preferenze senza un accordo in Parlamento l’unica possibilità sarebbe quella di un referendum che abroghi le disposizioni che disciplinano la nomina dei singoli parlamentari: in tal caso si potrebbe sostenere che la norma applicabile per analogia sarebbe quella delle circoscrizioni estero che prevedono le preferenze: è lecito dubitare però che la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale avallino una così ardimentosa interpretazione.

D’altra parte, un referendum che abroghi la norma relativa al premio di maggioranza farebbe venire giù il castello di carte. Che interesse avrebbero a quel punto i candidati ad intrupparsi in un listone dove le proprie sono già decise, piuttosto che creare una pletora di liste con un candidato pronto a dare battaglia sul campo per essere eletto? Basta fare due conti: una lista del 2% (abbastanza da superare la soglia dentro una coalizione che prenda il 10%) in molte circoscrizioni alla Camera otterrebbe solo un eletto. Considerando uno o più teste di lista di livello “nazionale”, di fatto votare la singola lista equivarrebbe a votare il candidato locale. Ancora più nello specifico, pensando a una circoscrizione con cinque province, ad esempio, cinque diverse liste della stessa coalizione candiderebbero in posizione “eventualmente utile” un esponente di ciascuna politica: sarebbe cioè la stessa “offerta politica” a riorganizzarsi in maniera tale da recuperare il maggior numero possibile dei voti, mandando in soffitta il rapporto mediatico esclusivo dell’elettore con il leader.

Allora perché nessuno propone un referendum per abolire il premio di maggioranza? Forse per la prima volta potrebbero essere d’accordo tutte le formazioni, salvo quella di Berlusconi e la Lega: tra l’altro non sarebbe solo un modo per correggere la legge elettorale, ma anche un modo per infliggere una sconfitta politica al blocco di governo. Peraltro, un eventuale sostegno ampio delle formazioni parlamentari potrebbe fare desistere gli oppositori da una campagna astensionistica, e il referendum potrebbe tornare a superare il quorum e sortire l’effetto sperato.

Peraltro a quel punto sarebbe interesse di tutti (compresi Berlusconi e la Lega) di approvare in Parlamento il ritorno delle preferenze, per evitare che le formazioni attuali si sciolgano come neve al sole: con le preferenze potrebbe tornare infatti conveniente a tutti i candidati fare parte di una lista consolidata, dotata di un “brand” affermato di cui giovarsi.

Nella peggiore delle ipotesi, come è accaduto altre volte nella nostra storia, la presentazione dei quesiti referendari in materia elettorale potrebbe mandare in fibrillazione il Parlamento e condurre al voto anticipato prima della legislatura: comunque un risultato non disprezzabile (sempre che questa legislatura duri ancora nel 2012, dato di cui è legittimo dubitare).

Tuttavia lanciare l’iniziativa e organizzarsi per la raccolta firme con ampio anticipo e consenso sarebbe assai utile per produrre qualche risultato (e avere comunque la pistola scarica anche nel caso in cui si vada alle elezioni anticipate e Berlusconi vinca nuovamente; ipotesi purtroppo non da escludere).

Il messaggio nella bottiglia è stato lanciato in mare. Non resta altro che sperare che qualcuno lo raccolga.

Il dubbio è che, mentre il dito indica la luna, i nostri politici si soffermino a guardare il dito.

Il dito sono le preferenze, ma la luna, il bersaglio grosso a cui puntare, è il premio di maggioranza.

Pubblicato il 27/9/2010 alle 19.11 nella rubrica Politica.

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