Blog: http://PoliticaMente.ilcannocchiale.it

E se iniziassimo a pensare alla riforma del referendum, nel frattempo?

Oggi i numeri fanno ben sperare: la terza affluenza più alta della storia (incrociando le dita) fa presagire un superamento del quorum che non ha avuto luogo per troppi anni.

Perciò, prima che sappiamo come andrà a finire con questo referendum, inziamo a pensare al domani e al dopo dell’istituto referendario: gli italiani hanno dimostrato grande passione partecipativa questa come altre volte ai referendum, e l’abuso e la manipolazione del quorum per frustrarne il contributo alla vita democratica del Paese devono fare posto a nuove condizioni che esaltino la possibilità dei cittadini di essere coinvolti attraverso questo strumento nella gestione della cosa pubblica.

Proviamo a passare brevemente insieme i tratti dell’istituto referendario che necessitano di essere aggiornate.

In primo luogo il quorum: la ragione per cui esiste è di evitare che attraverso la democrazia diretta minoranze più organizzate possano bloccare l’attività del legittimo depositario della volontà popolare (e della maggioranza), il Parlamento. Giusto mantenerlo, dunque, ma il comma quarto dell’articolo 75 della Costituzione dovrebbe essere modificato per stabilire che il referendum sia valido quando ha partecipato alla votazione un numero di aventi diritto pari alla maggioranza dei voti validamente espressi alle ultime elezioni della Camera dei deputati.

Una partecipazione decrescente alla consultazioni elettorali è (purtroppo) un fisiologico prezzo da pagare alla maturazione dei sistemi democratici: quanto più l’elettorale percepisce le alternative come similmente affidabili, tanto più la necessità di partecipare diminuisce. Ma proprio in un contesto di minore «attenzione» alla politica, è necessario rafforzare un istituto di salvaguardia che possa intervenire per bilanciare eventuali decisioni improvvide di maggioranze parlamentari sempre più rappresentative di minoranze del corpo elettorale.

D’altro canto, per evitare che lo strumento referendario venga abusato, sarebbe pure opportuno innalzare il numero di elettori necessario per richiederlo a un milione.

In secondo luogo, occorre prendere atto di mutate circostanze rispetto a quelle esistenti al momento in cui è stata redatta la costituzione. La mobilità degli elettori è molto maggiore che in passato, e questi spesso si trovano al momento delle elezioni in un luogo diverso da quello di residenza. Le attuali regole di fatto privano quanti si trovino in tale situazione della possibilità di esercitare il proprio diritto. In una condizione storica in cui è possibile superare questo ostacolo, ed è stato scelto di farlo rispetto ai concittadini che vivono all’estero, è utile pensare se non sia possibile restituire a ogni cittadino la possibilità di votare, a prescindere dalla sua presenza fisica il giorno delle elezioni. A questo proposito si potrebbe modificare il terzo comma dell’articolo 75 della Costituzione per prevedere che entro quarantacinque giorni dalla votazione, gli elettori possono chiedere di esercitare il proprio diritto di voto in un luogo diverso da quello di residenza, o per corrispondenza. Del resto il rederendum è su base nazionale, dunque l’esercizio del diritto in luoghi diversi da quello di residenza non potrebbe in alcun modo alterare i risultati finali.

In terzo luogo, occorre intervenire sull’oggetto del referendum. Nel 1947 non esisteva l’Unione europea, ma oggi l’Italia è vincolata al rispetto degli obblighi che derivano dalla sua partecipazione all’Unione: al comma secondo dell’articolo 75 bisognerebbe dunque coerentemente prevedere che non è ammesso il referendum per le leggi di attuazione del diritto dell’Unione europea.

Ancora sulla legge oggetto del referendum, sempre più spesso, e anche in occasione dell’ultima consultazione, si è assistito al tentativo di farne fallire la celebrazione con delle modifiche ad arte. Per evitare che venga così violato il diritto del popolo di esprimersi, occorerebbe aggiungere un ultimo comma all’articolo 75 della Costituzione, per prevedere che la legge, o l'atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce non possono essere abrogati nei sessanta giorni precedenti la votazione del referendum. Ancora, per evitare che la volontà popolare sia disattesa successivamente alla celebrazione del referendum, lo stesso comma dovrebbe prevedere che il legislatore sia vincolato all’esito del referendum nei cinque anni successivi alla celbrazione dello stesso.

Infine, mi si permetta l’audacia, occorrerebbe pensare anche alla possibilità di intridurre il referendum propositivo. A tale proposito, al primo comma dell’articolo 75 potrebbe essere aggiunto un nuovo periodo, che preveda che è indetto referendum popolare per deliberare l'approvazione di una legge quando lo richiedono cinque milioni di elettori o dieci Consigli regionali.

È lecito dubitare che in Parlamento ci sia chi sia disposto a lottare per raggiungere tali risultati, ma iniziare a parlarne può servire a stimolare il dibattito. Eppure chissà: forse sarebbe ancora più bello se una simile riforma fosse approvata da una maggioranza risicata in Parlamento, e poi confermata dagli italiani proprio attraverso un referendum.

Ad ogni modo, lasciati questi pensieri in libertà sui referendum futuri, concentriamoci di nuovo su quello presente: e speriamo bene.

Pubblicato il 12/6/2011 alle 17.7 nella rubrica Politica.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web