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Alcune riflessioni sulle elezioni regionali

Ieri si votava in sette regioni. Alla vigilia sembrava esservi un consenso unanime sul fatto che un 6-1 sarebbe stato un grande successo, un risultato “tennistico”. Considerare un 5-2 all’indomani delle elezioni una sconfitta per il PD di Renzi sembra quantomeno eccessivo. Tanto più che in qualsiasi altra competizione quando finisce 5-2 chi ne fa 5 vince.

Nella percezione di questo risultato come una mezza sconfitta per il PD è interessante notare il ruolo degli exit poll: all’inizio degli scrutini l’Umbria sembrava dovesse passare al centrodestra, e un 4-3 con la perdita di una regione rossa sembrava una prospettiva catastrofica. Ad urne chiuse i fatti sono altri: l’Umbria è rimasta al centrosinistra, che ha vinto con una percentuale per esempio superiore a quella ottenuta nelle Marche. Eppure la percezione è rimasta un’altra.

Il paragone tra l’Umbria e le Marche è interessante anche per un altro motivo: ciò che ha fatto sembrare in forse e sofferta la vittoria in Umbria del PD non è stato il numero di voti ottenuti dal centrosinistra, ma il consenso ottenuto dal centrodestra. La differenza tra il dato umbro e quello marchigiano si spiega perciò principalmente con il fatto che in Umbria il centrodestra si presentava unito.

Simmetricamente, in Liguria il centrosinistra si è presentato diviso e ha perso. Dire che la Liguria è un passo indietro per Renzi e il suo PD significa ignorare che senza la defezione a sinistra il risultato sarebbe stato probabilmente un altro.

A vincere non è stato solo il centrodestra, quanto piuttosto una logica di certa sinistra per cui un governo di destra a volte è migliore di uno di sinistra moderata. Dietro questa logica c’è un approccio alla politica per cui è meglio mantenere la purezza delle proprie posizioni piuttosto che metterla a repentaglio partecipando a processi decisionali complessi che inevitabilmente l’attività di governo comporta.

In realtà questo approccio non appare dissimile da quello seguito dal Movimento cinque stelle, che proprio per questo motivo è stato ripetutamente biasimato, soprattutto da sinistra, per aver disperso il suo capitale di fiducia auto-escludendosi dalla possibilità di influire sui processi dialogando con la sinistra di governo.

Un altro dato del risultato elettorale in Liguria appare rilevante. La Liguria è l’unica regione in cui hanno vinto le elezioni, ottenendo un premio di maggioranza, un candidato presidente e una coalizione che hanno ottenuto meno del 40%. La legge elettorale in questa regione prevede l’attribuzione di un premio di maggioranza in misura fissa, pari al 20% dei seggi in palio. Di conseguenza la maggioranza in questo momento è una “maggioranza a metà”, nel vero senso della parola, poiché dispone di soli 15 seggi su un totale di 30.

Qualcuno sarà pronto a dire che questo sistema non funziona bene, perché non ha prodotto una maggioranza chiara. Al contrario, a me pare preoccupante che un sistema elettorale sia concepito per garantire la maggioranza dei seggi a una minoranza che non raggiunga il 35% dei voti. 

A livello nazionale l’applicazione dell’italicum avrebbe prevenuto un simile risultato, perché il premio di maggioranza non spetta alla coalizione ma alla lista vincente, ma soprattutto perché in un caso simile si sarebbe proceduto a ballottaggio tra le due liste più votate. D’altro canto, però, a seguito del ballottaggio l’italicum garantisce alla lista vincente una solida maggioranza a prescindere dal risultato raggiunto al primo turno: in questo, la soluzione ligure del premio in misura fissa (in termini di seggi aggiuntivi attribuiti) sembra meglio rispettare le indicazioni degli elettori, e forse sarebbe stato opportuno puntare su un meccanismo simile per il premio di maggioranza anche a livello nazionale.

Di certo, a livello regionale si dovrebbe riflettere sull’utilità di mantenere regimi diversi da regione a regione, soprattutto in presenza di sistemi che allocano gli incentivi tra i partiti in maniera errata: in assenza di ballottaggio, le minoranze all’interno di un partito (o di una coalizione) hanno un peso negoziale sproporzionato rispetto alla loro consistenza, perché una loro defezione può determinare una sconfitta. La stessa considerazione può del resto applicarsi a piccole forze esterne ai maggiori partiti, ma che possono essere determinanti per vincere. 

L’esasperazione del frazionismo finalizzato a rendite negoziali e la concezione dell’assemblea legislativa come un’appendice della funzione di governo piuttosto che come un’autonoma istituzione di controllo hanno contribuito alla crisi dell’istitutivo regionale. In attuazione dell’articolo 121 della Costituzione, potrebbero adottarsi per legge dei principi generali per i sistemi elettorali regionali, comprendenti in particolare il secondo turno in caso di mancato raggiungimento di una certa soglia (possibilmente il 50%) e un premio di maggioranza in misura fissa in termini di seggi.

Il premio in misura fissa non sarebbe stato invece rilevante in Veneto, dove il centrodestra - unito - ha trionfato con più del 50%. Sarebbe tuttavia errato considerare, come fanno molti mezzi di informazione, che in Veneto ha vinto la nuova Lega di Salvini. In Veneto ha vinto la vecchia Lega di governo rappresentata, in continuità con il passato, da Zaia.

Anzi, volendo andare oltre i risultati mostrano che la proposta politica di Salvini è perdente: dove la Lega va da sola fa ottimi risultati ma non vince. Vince invece in Veneto e Liguria, dove il candidato presidente non rappresenta il nuovo corso di Salvini, ma è espressione della vecchia alleanza di una Lega governista con un centro destra ampio con un ruolo importante per Forza Italia.

Anche nel PD, del resto, i candidati presidente non erano espressione del nuovo corso renziano. in Toscana e Umbria si è candidato il presidente uscente, in Campania il candidato di cinque anni fa, in Puglia chi ha ricoperto la carica di sindaco di Bari per un decennio. Le stesse candidate in Liguria e Veneto erano state espressione di un’anima diversa del PD prima di abbracciare il nuovo corso renziano.

Il voto di queste regionali non smentisce il voto alle europee dello scorso anno, ma lo ridimensiona. Il 40% del PD non era stato troppo dissimile, qualitativamente, rispetto ad esploits come l’8,5% dei radicali alle europee del 1999: alle elezioni europee domina il voto di opinione, così che l’elezione si trasforma in un grande sondaggio, solitamente sul governo nazionale. Anche il sistema elettorale per le europee dovrebbe infatti essere cambiato per mutarne le finalità e l’interpretazione da parte degli elettori. 

E’ significativo notare invece che quando in gioco sono interessi concreti, il voto di opinione quasi scompare per cedere il passo a un voto di appartenenza che è difficile da scalfire, come evidenziato dal fatto che i risultati tendono a rispecchiare più quelli di cinque anni fa che quelli dell’anno scorso. Ne consegue che il tentativo di abbandonare la propria base elettorale classica per andare alla conquista del bacino elettorale di forze diverse è estremamente ambizioso e rischioso, perché l’elettorato non sembra al momento recettivo nei confronti di questa possibilità.

I due protagonisti dell’attuale scena politica (il PD e la Lega), hanno solo iniziato un processo di trasformazione che richiederà tempo perché queste due complesse organizzazioni si ricollochino, anche in periferia, su uomini e posizioni che rispecchino la strategia dei rispettivi leader a livello nazionale. In altre parole: su come sarà il prossimo confronto tra le forze in campo a livello nazionale, queste elezioni regionali ci dicono poco. In compenso ci danno però qualche elemento di riflessione su come tale confronto non sarà, e più un generale su come il confronto elettorale non dovrebbe essere, per diversi aspetti.

Pubblicato il 1/6/2015 alle 23.20 nella rubrica Politica.

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